LUNEDÌ, 8 AGOSTO 2011
PORTOGHESE
E se non pagassimo il debito? La decisione del governo
Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce e
”mercati internazionali” svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese: la
crisi economica si traduce in quello che era lecito immaginarsi, l’ennesimo
”massacro sociale” prodotto dalla corsa sfrenata ai profitti di un capitalismo
al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno. Si può
certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del
mondo ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un
anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna
crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della
dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una
gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai
profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che
detengono gran parte del debito italiano. E’ dunque utile cercare di guardare
la sostanza dei problemi.
Negli ultimi due decenni il capitalismo, grazie alla spinta
delle politiche dominanti, portate avanti da governi di centrodestra e
centrosinistra, ha cercato di salvare sé stesso e la sua assenza di spinta
propulsiva accumulando una valanga di debiti. Gli economisti più avvertiti
spiegano bene che la lievitazione di ‘’sub-prime” e similari è servita per
compensare l’assenza di investimenti produttivi in grado di tenere alti i
profitti. Solo che, a un certo punto, per evitare il collasso del sistema, i
governi si sono accollati la mole di questi debiti trasferendoli sui bilanci
pubblici. Oggi il conto è presentato a lavoratori e lavoratrici, a giovani
precari, a donne e pensionati. Non è un caso se l’unica misura concreta presa
dal governo Berlusconi sia quella di anticipare il taglio delle agevolazioni
fiscali e assistenziali, cioè le misure che interessano la maggioranza della
popolazione, spesso quella che paga le tasse e che vive del proprio lavoro.
Allo stesso tempo neanche un euro viene prelevato dalle tasche delle fasce più
ricche.
A questa decisione, ”ordinata” dalla Bce e dai suoi
controllori, l’opposizione parlamentare non sa cosa rispondere, balbetta frasi
incomprensibili oscillanti tra il senso di responsabilità ordinato dal
presidente Napolitano e la necessità di segnalare una diversità che non esiste.
Il Parlamento non offrirà risposte né sorprese interessanti visto che si è
messo sotto tutela della banche e della finanza.
E anche il sindacato si è voluto incatenare a questa logica,
mettendosi sotto la tutela di Confindustria, facendo proprio il dogma del
pareggio di bilancio e rilanciando misure come privatizzazioni e riforma del
mercato del lavoro. Cosa hanno prodotto tonnellate di leggi – Legge Treu, Legge
30 etc., che hanno precarizzato il lavoro, oppure le grandi privatizzazioni
italiane, Telecom, Autostrade, Alitalia, negli ultimi dieci-quindici anni?
Nulla. Il pareggio di bilancio in Costituzione, tra l’altro, impicca l’Italia
alle variabili della finanza: che succede se una volta approvato un bilancio in
pareggio si verifica un rialzo dei tassi di interesse, facendo aumentare la
spesa, o se arriva una recessione imprevista?
In questo clima misure come la Patrimoniale non vengono
prese in considerazioni da nessuno: la stessa Cgil l’ha proposta qualche mese
fa per poi dimenticarsene.
Ma anche sul debito occorre fare una riflessione più seria.
Esiste ormai in Europa una corrente di pensiero (vedi il libro ”Les dettes
illégitimes” di François Chesnais) che arriva addirittura a proporre il non
rimborso del debito a certe condizioni. ”L’ingiunzione di pagare il debito,
spiega Chesnais, si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto
del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stato
effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle
famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il
caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi ”prestano” agli Stati,
comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno
con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di
relazioni e di transazioni interbancarie”.
Un esempio di non pagamento del debito, con ri-negoziazione
con i creditori, spiega ancora l’economista francese, è quanto realizzato nel
2007 dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha realizzato un audit
pubblico quantificando il debito detenuto da società di speculazione
internazionale o dai banchieri nordamericani i quali sono stati costretti a
negoziare con il governo ecuadoregno. Cose da terzo mondo, si dirà, ma la
Grecia non ha dimostrato che la situazione in Europa può essere analoga e che
quindi il problema non può essere eluso? Anche perché come si può pensare
davvero di rientrare da un debito del 120% per Pil senza annientare il nostro
Paese?
I N D O V I N A L’
I N D O V I N E L L O:
C H I E’ L’ A U T O R E ????????????????????
?????????????????????????????????????????????????????????????????
U M I L T A’
Fa, Signore, ch’io viva umile e scuro
nel mio bozzolo d’ombra, a somiglianza
del solitario alato del cipresso.
Questa luce m’abbàcina: dilaga
sì che mi par non la contenga il giorno
tra le distanze più sfinite, dove
cielo mare diventa e terra e cielo.
Dammi mezzombra a carezzarmi gli occhi
làbili:come quella che si sfalda
dai paradisi ceruli, le sere,
quando gli Angeli vanno fra gli ulivi
a raccogliervi un verde di rintocchi;
non la gloria, ch’è un’ora di meriggio,
e schianta nelle sue piene di lume;
dammi il buio che addicasi al mio pianto,
dammi che il pianto sia lavacro al cuore,
umile la mia parte di dolore,
come l’erba la pioggia, a capo chino.
-Elpidio Jenco-
Commenti
Posta un commento