GRAMSCI E IL SOLDINO DATO AL GIORNALE BORGHESE
GRAMSCI E IL SOLDINO DATO AL GIORNALE BORGHESE
(Ricordo da un racconto di Therios)
Ogni
volta che un operaio o un contadino o un normale pensionato o un
lavoratore del braccio e del pensiero compra un quotidiano padronale,
finanzia e sostiene economicamente una informazione che fa gli
interessi delle classi dominanti che opprimono e sfruttano il popolo
e sono contro la classe operaia. “Quel soldino buttato là
distrattamente nella mano dello strillone, è un proiettile
consegnato al giornale borghese”, scriveva Antonio Gramsci nel 1916
su “Avanti!”;
su
“L’ordine nuovo” nel 1919:
Istruitevi,
perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza
Agitatevi,
perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo
Organizzatevi,
perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
-Renzo
Mazzetti- (Sabato 13 Giugno 2026 h.11,53)
il bimbo, che non fu mai roseo, geme stentatamente, senza un grido.
La febbre gli ha consumate le gote, la fame gli ha scarnite le ossa;
il corpicino è simile al fastello su cui è stesa la biancheria al vento.
“E’ tardi, dormi”, gli dice la madre, “Ma è sempre tardi d’inverno”,
risponde piano il bimbo malato che ha già timore del sonno.
che fa girare ai venti la sua capanna Zampa-di-pollo;
Ella gli ha cantato la storia della fata dai verdi capelli,
che ha la voce soave e triste, come quella dei rospi della palude;
Ella gli ha narrato la storia di Vladimiro-Bel-Sole
e di Sadko di Novgorod; e quella del Signore del Mare;
ma l’inverno è un Dio più forte di tutti gli dei che essa implora.
E non chiuderà più gli occhi il bimbo che mai fu di rosa:
o madre che gli parli ancora, la tortorella è fuggita!
Così leggero e stecchito è il fanciullo morto per febbre,
che tutto il suo peso è la testa, e non sappiamo se mai è vissuto.
Così stecchito e leggero è Vassilika, il molto amato,
che la madre non deve curvare le braccia per prenderlo,
e che ella non lo può tender che tremando - poiché quasi sviene -
all’immensità implacabile di un’Europa accecata.
e nella città più vicina, cento fanciulli son morti con lui.
Inverno d’Oriente senza fine, inverno del Don e del Tobol,
tutte le tue nevi occorrono, per ricoprire tanti fanciulli morti!
è morto in questa sera di ottobre, che sarebbe più dolce dell’estate
se non vi si unisse l’angoscia d’un lamento che fa pesare
sulle nostre fronti chine per la vergogna, il peccato del nostro silenzio.
Genti di Londra, genti di Parigi, che affollate i concerti e i bars,
Vassilika, il prediletto, muore per le vostre danze e le vostre canzoni,
muore perché gli eserciti stringono il loro cerchio di ferro
togliendo il respiro e imprigionando la pianura,
muore perché la Follia, che dà la sua mano all’Odio,
squassa una falce infernale sul vecchio mondo disfatto;
perché, essendo uomini, noi abbiamo l’onta di sapere
che egli è morto e che altri continuano sempre più a morire;
egli muore perché alla sua morte noi non offriamo che lacrime:
il fanciullo che non fu mai roseo muore perché noi siamo vili!
-Giorgio Chennevière- (20 Ottobre 1919)
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