PERPETUI

 

mercoledì, 7 marzo 2012




TIRELLA


PERPETUI

Attraversammo un periodo senza ideali, senza nuove visioni del mondo, senza passione partitica. I partiti non erano più lo strumento che sollecitava la partecipazione popolare di massa, che costruiva il cittadino, permettendo che, dal basso, chiunque diventasse classe dirigente. I partiti, al contrario, erano stati trasformati in comitati di affari particolari che tutelavano gli interessi delle classi agiate e in comitati elettorali per perpetuare i potentati incartapecoriti. Avevano anche restaurato un re con una propria corte. Tutti coloro che dissentivano, che si ribellavano allo stato di cose esistenti, non solo non ricevevano ascolto e confronto, ma venivano addirittura criminalizzati. La volontà popolare più non esisteva, solo l’opinione collaterale oppure apertamente asservita alla corte riceveva dignità di ascolto. L’informazione massimamente era di parte e svolgeva il ruolo di amplificazione della voce del potente. Inoltre erano allo studio delle regole elettorali che per accedere ad un seggio si doveva superare una soglia dell’ otto-dodici per cento e per candidarsi, percepire almeno un reddito non inferiore a quattrocentocinquantamila euro, oppure documentare possessi del valore minimo di tre milioni di euro. Sistemi elettorali tipo il suffragio universale con la proporzionale pura, ”una testa un voto”, tutti gli elettori uguali come davanti alla Legge, venivano considerate questioni troppo antiche, superate, da ”era delle caverne”. Non veniva tollerata l’esistenza di una cultura indipendente dalla politica; si pretendeva che la cultura fosse asservita alla politica. Era stato creato addirittura un ministero per addomesticare, stipendiare, sovvenzionare gli scrittori, i giornalisti, gli autori e gli artisti teatrali, cinematografici e televisivi. Un’apposita Accademia accoglieva e lanciava tutti coloro che accettavano il re e la sua corte. Furono epurate le Università e le Scuole di ogni ordine e grado. Vagavano per le strade miseri luridi esseri ricoperti di stracci, con lunghe barbe e capelli incolti; quando stremati cadevano, prontamente intervenivano gli addetti specializzati che facevano evaporare le carcasse spruzzando una particolare sostanza inodore. (Ricordo da un racconto di Tirella).

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 I  N  N  O
 Fratelli d’Italia
 L’Italia s’ è desta,
 Dell’elmo di Scipio
 S’è cinta la testa.
 Dov’è la vittoria?
 Le porga la chioma,
 Ché schiava di Roma
 Iddio la creò.
 Stringiamoci a coorte,
 Siam pronti alla morte,
 Italia chiamò.
 Noi siamo da secoli
 Calpesti e derisi,
 Perché non siam popolo,
 Perché siam divisi.
 Raccolgaci un’unica
 Bandiera, una speme:
 Di fonderci insieme
 Già l’ora suonò.
 Stringiamoci a coorte,
 Siam pronti alla morte,
 Italia chiamò.
 Uniamoci, uniamoci!
 L’unione e l’amore
 Rivelano ai popoli
 Le vie del Signore.
 Giuriamo far libero
 Il suolo natìo,
 Uniti, per Dio,
 Chi vincer ci può?
 Stringiamoci a coorte,
 Siam pronti alla morte,
 Italia chiamò.
 Dall’Alpe alla Sicilia
 Dovunque è Legnano,
 Ogn’uom di Ferruccio
 Ha il cuore e la mano;
 I bimbi d’Italia
 Si chiaman Balilla,
 Il suon d’ogni squilla
 I vespri suonò.
 Stringiamoci a coorte,
 Sian pronti alla morte,
 Italia chiamò.
 Son giunchi che piegano
 Le spade vendute;
 Già l’Aquila d’Austria
 Le penne ha perdute,
 Il sangue d’Italia
 Bevè, col Cosacco
 Il sangue polacco,
 Ma il cor le bruciò.
 Stringiamoci a coorte,
 Siam pronti alla morte,
 Italia chiamò.
 -Goffredo   Mameli-
 (1827-1849)

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