RIBELLE
5 aprile 2010
RIBELLE
Quando Antonio Gramsci, deputato al parlamento italiano e pertanto coperto da immunità garantita dalla Costituzione, imputato di reati che egli non aveva commessi, venne trascinato davanti al tribunale speciale di Roma, nel 1928, il pubblico accusatore fascista non si dette la pena di dimostrare che le accuse che venivano portate contro di lui fossero fondate in linea di fatto. Nell'atto di accusa, la principale imputazione consisteva puramente e semplicemente nella dimostrazione che Gramsci era il capo riconosciuto del partito comunista, partito che era legale in Italia quando Gramsci fu arrestato. Ma il pubblico accusatore fu ancora più cinico e brutale. Per venti anni, egli disse, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare. Esprimendosi in questo modo, il carnefice fascista camuffato da giudice e da Mussolini personalmente, di condannare Gramsci in modo tale che significasse la sua soppressione fisica; egli lacerava tutti i veli delle forme e finzioni giuridiche, metteva a nudo in modo brutale la sostanza del processo, della condanna e della persecuzione che ha spinto Gramsci alla morte: la paura e l'odio di classe implacabile delle caste reazionarie che governano il nostro paese. Quest'odio ha perseguitato Gramsci, dopo il processo e la condanna, inesorabilmente, sino alla morte. Per soddisfare quest'odio, Gramsci è stato assassinato. Per ordine della borghesia reazionaria italiana e di Mussolini, Gramsci fu cacciato in una segreta, separato da tutto il mondo, egli dice che non viveva che nel contatto continuo, multiforme con gli uomini, con i lavoratori di cui conosceva a fondo l'animo e i bisogni e che lo amavano. Per ordine della borghesia reazionaria e di Mussolini, egli fu trascinato da un carcere all'altro, coi ferri ai polsi e carico di catene, nei luridi vagoni cellulari dove un uomo viene sepolto vivo, in piedi tra quattro pareti, e non può fare nessuno movimento, mentre il vagone, agganciato ai treni merci o abbandonato in una stazione deserta, è bruciato dai raggi del sole d'estate, oppure ridotto a una ghiacciaia, d'inverno, sotto il vento, la pioggia, la neve. Per ordine di Mussolini, ogni notte, durante anni e anni, le guardie carcerarie entravano rumorosamente, due, tre volte, nella cella di Gramsci per privarlo del sonno e ridurre allo stremo le sue energie fisiche e nervose. Per ordine di Mussolini, a lui, malato, febbricitante, incapace di alimentarsi in modo regolare, giacente in letto per intiere settimane, veniva negata l'assistenza medica. Il medico inviato a visitarlo gli diceva che doveva ritenersi fortunato di non essere ancora stato soppresso e dichiarava che non credeva necessario dargli assistenza perché, essendo fascista, non poteva desiderare altro che la sua fine. Quando la lotta del proletariato internazionale e lo sdegno degli spiriti migliori dell'umanità imposero a Mussolini di trarre Gramsci dalla cella ove il suo corpo marciva e di concedergli una assistenza medica, venne comandato un picchetto di 18 carabinieri e di 2 poliziotti, diretti da un commissario speciale di pubblica sicurezza, per custodire un uomo che, dietro le grosse inferriate che erano state messe nella stanza povera e disadorna dell'ospedale, giaceva inanimato, privo di conoscenza per giornate intere, incapace di allontanarsi dal letto senza avere chi lo sostenesse. Era chiaro, negli ultimi mesi, che l'organismo di Gramsci, spossato da dieci anni di reclusione e dalle malattie, aveva bisogno di un'assistenza speciale per poter resistere ancora. Le funzioni digestive non si compivano più in modo che il corpo potesse ricevere forza e ristoro dagli alimenti. Aveva perduto in carcere, in conseguenza dell'uricemia causatagli dal regime carcerario, tutti i denti. Gli attacchi di uricemia si moltiplicavano, minacciando il cuore. Le estremità si gonfiavano. La sclerosi del sistema vascolare, risultato inevitabile della privazione di aria, di luce e di movimento, faceva progressi minacciosi. La respirazione si faceva difficile, ogni movimento doloroso. La vita si trasformava lentamente, crudelmente, in agonia. I carnefici del nostro grande compagno spiavano e seguivano quest'agonia con gioia criminale. Ci si comportava verso di lui come se esistesse la direttiva di lasciarlo morire, puramente e semplicemente. E tale direttiva senza dubbio esisteva, perché negli ultimi mesi, mentre le sue condizioni si facevano di più in più gravi, egli non fu sottoposto a nessuna cura, a nessuno dei trattamenti di cui aveva bisogno. Nonostante tutto questo, per noi che conosciamo come Gramsci lottasse, durante tutto il periodo del carcere, con tutte le sue forze, per la propria vita, così come deve lottare ogni rivoluzionario, poiché sapeva che la sua vita era preziosa, che essa era necessaria alla classe operaia e al suo partito, la morte di lui rimane avvolta di un ombra che la rende inspiegabile.
Alla lunga catena delle torture è stato aggiunto un ultimo
innominabile misfatto? Chi conosce Mussolini e il fascismo sa che avanzare
questa ipotesi è legittimo. La morte di Gramsci rimane inspiegabile,
soprattutto per il momento in cui è avvenuta, quando la sua pena, ridotta per
diverse misure generali di amnistia e di indulto, spirava ed egli aveva il
diritto di essere libero, di chiamare presso di sé amici e medici di fiducia,
di iniziare una cura, di essere assistito. Insiegabile perché essa è avvenuta
proprio nel momento in cui certamente tutte le residue forze del suo organismo
venivano già da lui messe in azione per far fronte alla situazione nuova che lo
attendeva, per essere pronto a un nuovo periodo di attività. Mussolini dette ai
suoi sgherri l'ordine di trucidare Matteotti, nel 1924, perché l'azione
energica di Matteotti nel parlamento, facendo presa sui sentimenti di giustizia
e libertà delle masse popolari, minacciava il regime fascista in un momento
particolarmente difficile. Così dette l'ordine di assassinare Amendola e
Gobetti, così fece sopprimere in carcere Gastone Sozzi, così ordinò con cinismo
la soppressione di cento e cento altri tra i migliori figli del popolo
italiano. L'assassinio è strumento normale di governo in regime di dittatura
fascista. Ma Gramsci, questo è certo, è stato assassinato nel modo più inumano,
nel modo più barbaro, nel modo più raffinatamente crudele. Dieci anni è
durata la sua morte! La fine di Gramsci non rivela soltanto lo stile di
Mussolini e del fascismo; rivela lo stile della grande borghesia capitalistica
e delle altre caste reazionarie italiane, che hanno ereditato e fatto proprio
tutto ciò che vi è di sordido, di inumano, di crudele nei metodi di oppressione
di cui il popolo italiano è stato per secoli e secoli vittima, che hanno fatto
proprie la perfidia e l'ipocrisia dei preti, la brutalità degli invasori
stranieri, la prepotenza dei signorotti feudali, la grettezza e l'ingordigia
degli strozzini. Tutto ciò che il popolo italiano ha creato di grande, di
geniale, nel corso della sua storia, è stato creato in una lotta dolorosa
contro gli oppressori. Gli uomini più grandi che sono usciti dal seno del
popolo italiano sono stati perseguitati dalle classi dirigenti del nostro
paese. Perseguitato, costretto a vita esule e grama fu Dante, creatore della
lingua italiana. Arso su una pubblica piazza Giordano Bruno, il primo pensatore
italiano dei tempi moderni. Gettato a marcire in un carcere orrendo Tommaso
Campanella, sognatore di un mondo fondato sull'ordine e sulla giustizia.
Sottoposto alla tortura Galileo Galilei, creatore della scienza moderna
sperimentale. Esule e trattato dai poliziotti della monarchia come delinquente
comune Giuseppe Mazzini, il primo assertore e
combattente convinto dell'unità nazionale. Inviso, circondato di
sospetti, calunniato Giuseppe Garibaldi, l'eroe popolare del Risorgimento.
Tutta La storia del nostro popolo è la storia di una ribellione contro la
tirannide esteriore e domestica, di una lotta continua contro l'oscurantismo e
l'ipocrisia, contro lo sfruttamento spietato e l'oppressione crudele delle
masse lavoratrici da parte delle classi possidenti. Antonio Gramsci è caduto in
questa lotta; ma la sua vita di agitatore, di propagandista, di organizzatore
politico, di capo della classe operaia e del partito comunista, non è più
soltanto la protesta di una grande personalità isolata, non compresa o staccata
dalle masse. In lui il popolo italiano non ha trovato soltanto l'uomo che,
conoscendo a fondo la storia e le condizioni di esistenza del popolo, ha
espresso le aspirazioni delle masse popolari, ha formulato gli obiettivi di
libertà, di giustizia, di emancipazione sociale a cui tende la lotta secolare
degli oppressi contro i loro oppressori. Antonio Gramsci è l'uomo che ha saputo
riconoscere quali sono nella società italiana di oggi le forze di classe cui
spetta storicamente il compito di liberare tutta la società da ogni sorta di
oppressione e di sfruttamento. Egli non è soltanto un figlio del popolo e un
ribelle, non è soltanto l'uomo che per la forza del suo ingegno, per la
chiarezza e la profondità del suo pensiero politico e sociale, per la vigoria
dei suoi scritti supera ogni altro italiano dei tempi nostri; egli è un
rivoluzionario dei tempi moderni, cresciuto alla scuola della sola classe
conseguentemente rivoluzionaria che la storia conosca: il proletariato
industriale; profondamente appropriatosi della più rivoluzionaria delle
dottrine politiche e sociali: il marxismo-leninismo. Strettamente legato alla
classe operaia combattente infaticabile per la creazione di un partito
rivoluzionario di classe del proletariato, egli è un marxista, un leninista, un
bolscevico. Per questo la borghesia reazionaria e Mussolini lo hanno trattato
non soltanto come un nemico, ma come il più pericoloso, il più temibile dei
nemici. Essi non si sentivano tranquilli fino a che Gramsci era vivo, fino a
che il suo cervello funzionava, fino a che non erano spente la sua mente
e la sua volontà, fino a che il suo cuore non aveva cessato di battere.
L'assassinio di lui è stato compiuto con l'intenzione precisa
di privare il partito, il proletariato, il popolo del nostro paese di una guida
illuminata, energica, sicura. Nella storia del movimento operaio italiano,
nella storia della cultura e del pensiero italiano, Antonio Gramsci è il primo
marxista: il primo marxista vero, integrale, conseguente. Gramsci era nato in
Sardegna, caratteristica regione di rapporti economici e sociali arretrati.
Figlio di contadini poveri, aveva avuto agio di osservare la spaventosa miseria
dei semiproletari agricoli e dei pastori dell'isola che la borghesia
capitalistica italiana, realizzata l'unità nazionale, aveva considerato e
trattato, al pari di tutte le regioni agricole del Mezzogiorno, quasi come una
colonia. La miseria dei contadini sardi e meridionali è stata una delle
condizioni dello sviluppo industriale del settentrione. Le risorse e ricchezze
naturali dell'isola sono state saccheggiate dai capitalisti del continente,
mentre gli sporadici tentativi di rivolta spontanea dei contadini affamati
venivano liquidati con le armi, nella lotta contro il brigantaggio. Per
consolidare il suo potere e particolarmente per mantenere in soggezione le
masse rurali del Mezzogiorno e delle isole, la borghesia capitalista si alleava
con i grandi proprietari di terre e con la borghesia rurale parassitaria,
cresciuta all'ombra della grande proprietà terriera di tipo feudale, si
assumeva il compito di mantenere in vita e difendere quei residui di rapporti
sociali e politici arretrati che gravavano come una palla di piombo sulla vita
economica e politica di tutto il paese. Questa particolare forma di alleanza di
classe tra la borghesia industriale dell'Alta Italia e le caste reazionarie
meridionali, che sono la espressione di residui e di rapporti precapitalistici,
ha dato una particolare impronta reazionaria alla vita politica italiana che
nel periodo in cui le classi dirigenti furono costrette, sotto la pressione
delle masse, a riconoscere la libertà di organizzazione dei lavoratori, la
libertà di lavoro e di sciopero, anche quando furono costrette a concedere,
alla vigilia della guerra mondiale, il suffragio universale [solo agli uomini].
Gramsci aveva visto nei villaggi della Sardegna i contadini andare a votare con le tasche cucite, per impedire
che i poliziotti in borghese e gli agenti dei signori vi introducessero un
coltello per poter poi far arrestare dai carabinieri i poveretti a centinaia e
garantire il trionfo del candidato del governo; e la consapevolezza del
carattere reazionario della borghesia e dello Stato italiano è la base prima di
tutto il suo pensiero politico. Lo Stato italiano, egli scriveva, non ha mai
neppure tentato di mascherare la dittatura spietata della classe proprietaria.
Si può dire che lo Statuto albertino sia servito a un solo fine preciso: a
legare fortemente le sorti della Corona alle sorti della proprietà privata. La
Costituzione non ha creato nessun istituto che presìdi almeno formalmente le
grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la libertà di parola e di
stampa, la libertà di associazione e di riunione. Negli Stati capitalistici,
che si chiamano liberali democratici, l'istituto massimo di presidio delle
libertà popolari è il potere giudiziario; nello Stato italiano la giustizia non
è un potere, è un ordine; è uno strumento del potere esecutivo, è uno strumento
della Corona e della classe proprietaria. Il presidente del consiglio è l'uomo
di fiducia della classe proprietaria; alla sua scelta collaborano le grandi banche,
i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri, lo stato maggiore; egli si
prepara la maggioranza parlamentare con la frode e con la corruzione; il suo
potere è illimitato, non solo di fatto, come è indubbiamente in tutti i paesi
capitalistici, ma anche di diritto; il presidente del consiglio è l'unico
potere dello Stato italiano. La classe dominante italiana non ha neppure avuto
l'ipocrisia di mascherare la sua dittatura; il popolo lavoratore è stato da
essa considerato come un popolo di razza
inferiore, che si può governare senza complimenti, come una colonia africana.
Il paese è sottoposto a un permanente
regime di stato d'assedio. Gli agenti vengono sguinzagliati nelle case e nei
locali di riunione, la libertà individuale e di domicilio è violata; i
cittadini sono ammanettati, confusi coi delinquenti comuni in carceri luride e
nauseabonde, la loro integrità fisiologica è indifesa contro la brutalità, i
loro affari sono interrotti e rovinati. Per il semplice ordine di un
commissario di polizia, un locale di riunione viene invaso e perquisito, una
riunione viene sciolta. Per il semplice ordine di un prefetto, un censore
cancella uno scritto, il cui contenuto non rientra affatto nelle proibizioni
contemplate dai decreti generali. Per il semplice ordine di un prefetto, i
dirigenti di un sindacato vengono arrestati, si tenta di sciogliere
un'associazione. La necessaria opera di restaurazione del marxismo nel nostro
paese, Gramsci potè iniziarla e compierla, prima di tutto, grazie al legame
stretto, inscindibile che si stabilì tra lui e la classe operaia quand'egli
venne dalla Sardegna a Torino, nel 1911.
A Torino, il giovane sovversivo sardo andò alla scuola di un
proletariato giovane, intelligente, fortemente concentrato, rivoluzionario, il
quale già prima della guerra, nel corso dei grandi scioperi metallurgici, aveva
dato prove meravigliose di organizzazione, di combattività e disciplina, e già
allora appariva a tutto il paese come la parte più avanzata e cosciente della
classe operaia. Il legame di Antonio Gramsci con gli operai di Torino non fu
soltanto legame politico, ma un legame personale, fisico, diretto e multiforme.
E in realtà, nel movimento operaio italiano, è apparso, da quel momento, un
capo nuovo, il capo che sa imparare dalle masse, che elabora, a contatto
diretto con le masse, l'esperienza politica rivoluzionaria della classe
operaia. Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana.
INDOVINA L' INDOVINELLO:
DI CHE
ANNO E DI
CHI E'
LO SCRITTO
DAL QUALE
E' TRATTO
QUESTO STRALCIO?
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