PELLI

 

sabato, 12 marzo 2011

PELLI

 

 Il tuo mestiere era allungare con i denti pelli stravecchie e mordere vecchie suole marcite nel fango: ora possiedi le campagne prenestine del tuo defunto patrono. Io riterrei sconveniente se in quei luoghi tu avessi avuto anche solo una stanzetta e invece, ubriaco di generoso Falerno, spezzi coppe di cristallo e ti abbandoni alla lascivia col coppiere del tuo padrone. I miei sprovveduti genitori mi hanno dato un po’ di cultura: che cosa avevo a che fare io con i grammatici e i retori? Rompi la penna di nessun valore e fai a pezzi i libretti, Talia, se un calzare può rendere tanto a un calzolaio! (con la cultura non ci si arricchisce di Marziale).

 

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A ROMA

 

Degna nutrice de le chiare genti,

 

Ch’a i dì men foschi trionfar del mondo;

 

Albergo già di Dei fido e giocondo,

 

Or di lagrime triste e di lamenti:

 

Come posso udir io le tue dolenti

 

Voci, o mirar senza dolor profondo

 

Il sommo imperio tuo caduto al fondo,

 

Tante tue pompe e tanti pregi spenti?

 

Tal, così ancella, maestà riserbi,

 

E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,

 

Ch’i tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.

 

Che fu a vederti in tanti onor superbi

 

Seder reina e incoronata d’oro

 

Le gloriose e venerabil chiome?

 

-Giovanni Guidiccioni-

 

(1500 – 1541)

 

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