MODIFICAZIONE
venerdì, 10 dicembre 2010
MODIFICAZIONE
Una nuova funzione per la cultura.
Ora, tra questi ostacoli posti all’eguaglianza, alla libertà, allo sviluppo della persona umana, alla piena partecipazione non è dubbio che sia determinante il difetto di istruzione, di conoscenze, di cultura cui sono state condannate, nei secoli, masse immense di popolo, senza dubbio la sterminata maggioranza del genere umano e, quindi, del nostro popolo. L’accusa più rilevante e bruciante che deve essere mossa al sistema capitalistico è che, sorgendo esso stesso e sulla base di un progresso scientifico-tecnico imparagonabile con le precedenti età, non ha saputo in alcun modo colmare questo difetto. Quando, anche per effetto del processo di scolarizzazione di massa, parte della gioventù studentesca levò, nel 1968, un’accusa di fondo alla istituzione scolastica e universitaria essa colse, al di là di limiti e di errori anche gravi, un problema grande e reale, e colse, al tempo stesso, un ritardo nella elaborazione e nella lotta dello stesso movimento operaio. La questione è appunto quella della funzione delle istituzioni culturali; del senso e della finalità dell’intervento pubblico nella cultura (e, per estensione, del funzionamento di tutti quegli apparati che sono volti alla riproduzione dei rapporti esistenti nel campo della struttura economica della società). La lotta del movimento operaio aveva sì colto – anche efficacemente – la esistenza di uno scontro di linee ideali e culturali su tutto questo problema. Ma, anche al di là di irrigidimenti schematici o dogmatici (che pure furono di serio ostacolo alla comprensione piena del problema), non fu complessivamente abbracciata – in senso gramsciano – l’insieme della questione del lavoro intellettuale, del suo senso e della sua funzione in una società democratica fondata su una Costituzione come quella italiana e cioè volta ad una progressiva attuazione dell’eguaglianza, della libertà, dello sviluppo della persona umana, della piena partecipazione dei cittadini. Si aprì così una stagione di ripensamento sulla funzione delle istituzioni culturali, sulla loro importanza decisiva ai fini del modo di essere della società e dello Stato. L’attenzione si concentrò, in particolare da parte dei comunisti, sui processi di riforma da aprire in ciascun campo – e non solo nella scuola – sino a cercare di comporre, come è avvenuto in questo anno, un quadro d’insieme anche in tutto il settore culturale del progetto a medio termine. Il senso complessivo di questa impostazione, riassunto al Convegno dell’Eliseo, fu quello della ridefinizione del compito delle istituzioni culturali e, dunque, della funzione dei lavoratori intellettuali. Per giungervi occorreva una preventiva chiarificazione concettuale, resa possibile dal dibattito sterminato e praticamente ininterrotto tra i comunisti e tra essi e altri, di diversa posizione politica particolarmente dopo il 1956. Questa chiarificazione tendeva e tende a distinguere il concetto di autonomia della cultura e della ricerca da quello di separazione, come concetti tra di loro diversi e, per molti aspetti, opposti. Senza piena autonomia e libertà della ricerca e della cultura non si dà, in effetti, ricerca autentica; ma se l’autonomia diventa separazione essa si trasforma nel suo contrario e cioè in una nuova forma di assenza di libertà o di una nuova forma di subalternità. In effetti, il processo, di voluta confusione tra questi due piani è realmente avvenuto, in larga misura, nella pratica dell’ultimo trentennio: in nome dell’autonomia la pratica di governo è venuta attuando una separazione e, al limite, una emarginazione della cultura.
Protagonisti del mutamento.
Ciò si spiega con il fatto che le classi dominanti e il Partito democristiano hanno sviluppato una politica in cui non solo non si avvertiva il bisogno di un ampio spazio di ricerca e di elevamento culturale, ma si avvertiva talora un bisogno opposto. Dava fastidio da una parte l’inquietudine e il dubbio impliciti in ogni riflessione critica sulla società; dall’altra diveniva impossibile, per i vincoli posti da una politica determinata oltreché dal sistema stesso, una piena utilizzazione delle scienze della natura. Invano si levarono, in molti campi (da quello dell’urbanistica a quello dell’energia, dell’agricoltura, del modo dello sviluppo industriale, ecc.) gli ammonimenti di ricercatori e di tecnici. E’ questo corso che occorre mutare. Esiste il problema specifico dell’elevamento culturale di massa: un problema di diffusione del sapere, delle conoscenze, delle possibilità di utilizzazione e di godimento del patrimonio culturale accumulato. Esiste, insieme, il problema generale del rapporto di ogni politica di settore con la ricerca culturale e scientifica che vi corrisponde. A ciò noi cerchiamo di lavorare. Non chiediamo alle masse dei lavoratori intellettuali di farsi puri e semplici << fiancheggiatori >> della lotta della classe operaia. All’opposto: chiediamo di essere protagonisti del mutamento battendosi innanzitutto per modificare – risanando e rinnovando – l’istituzione di cui fanno parte: dalla scuola, al laboratorio di ricerca, all’istituto di cultura di ogni sorta. Il senso generale di questo mutamento è per noi quello di tendere a modificare nel senso che la costituzione indica la finalità di queste istituzioni. Esse sorsero – nella loro storia spesso secolare – come strumenti volti a perpetuare il dominio sopra le masse sfruttate e oppresse. Nella loro complessa vicenda non hanno prodotto però soltanto ciò che le classi dominanti ad esse chiedevano: al contrario – per la dialettica del reale e delle idee – hanno costituito anche e contemporaneamente strumenti concettuali e pratici di modificazione. Di qui occorre partire in relazione ai problemi attuali del Paese e ai bisogni delle masse. Non si tratta, com’è ovvio, di una concezione riduttiva del lavoro intellettuale: per esempio, di una richiesta di una minore carica di dubbio e di critica. Tanto meno si tratta di una posizione che tenda ad una qualche forma di narcotizzazione del dissenso (o – per meglio dire – dei reciproci dissensi). Si tratta, perfettamente al contrario, di sollecitare accanto al dibattito permanente (stavo per scrivere << eterno >>, se non fosse un’espressione vagamente retorica) un impegno a scendere nell’arena partendo dalla specificità del lavoro intellettuale. Non ci può essere una politica giusta senza il più ampio e fecondo respiro culturale. Ma, al tempo stesso, una cultura che rifiuti di misurarsi con il dramma del presente nega se medesima. (A.Tortorella, La cultura e la scienza per lo sviluppo civile ed economico, almanacco pci, anno 1978).
ITALIA Dissi a Te: O Regina, come molti altri innamorati che hanno recato i loro doni ai tuoi piedi, sono giunto come un’allodola alle porte dell’Aurora, solo a cantare per Te e poi andarmene. Dalla tua finestra mi parlasti attraverso il velo: Ora è inverno, il mio cielo è scuro, il mio giardino non ha fiori. Dissi a Te O Regina, ho portato il mio flauto dalla costa orientale poiché volevo suonare per la luce dei tuoi occhi scuri. Apri il tuo velo per me! Tu dicesti in risposta: Torna indietro, mio impaziente, poeta, ché non ho ancora indossato i miei colori. Nel dolce di maggio quando siederò sul mio trono d’oro ti chiamerò al mio fianco. Dissi a Te: O Regina, il mio viaggio ha portato ricco frutto nelle tue parole di speranza. Riscaldata alla brezza primaverile la magia del tuo richiamo sboccerà in fiori nelle lontane foreste. -Rabindranath Tagore- (dedicata alla Duchessa Lella Gallarati Scotti, 29 gennaio
1925)
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