VITALITA’
venerdì, 2 aprile 2010
VITALITA'
Quante volte ormai è stato constatato che il contrasto tra
conservatori e progressisti, tra destra e sinistra, investe ogni problema, non
solo quelli immediati, non solo quelli politici e sociali. Oggi: come sempre
nei grandi periodi di trapasso. La classe che avanza, la classe che guida lo
sforzo di sviluppo e di progresso dell’umanità, vuole, e deve, trasformare
tutti i rapporti umani, non solo quelli di proprietà; e la classe che resiste
non si difende solo con la forza economica o con lo strumento politico, ma
anche conservando e facendo conservare abitudini di vita e di pensiero,
convinzioni e timori, idee e istinti. Vecchie cose, che i più candidi tra i
nostri vecchi socialisti avevano già compreso, cinquanta anni fa. Vecchie cose,
che si sentono però come improvvisamente nuove (perché improvvisamente con una
nuova lucidità si comprendono) quando si leggono libri come le Lettere dal
carcere di Antonio Gramsci. L’eccezionalità di questo documento (forse anche
rispetto a molte delle opere classiche e fondamentali del movimento operaio) è
appunto, io credo, nel fatto che un unico pensiero moderno, innovatore,
rivoluzionario, anima e illumina mille problemi, che non sono affatto problemi
immediati di lotta politica e sociale, ma problemi di cultura, di psicologia,
di costume, di educazione. Il centro di interessi dal quale quel pensiero nasce
e al quale quei problemi sempre si ricollegano: la lotta rivoluzionaria
operaia, è necessariamente implicito, nelle Lettere dal carcere; taciuto quasi
sempre, o appena fugacemente accennato. Ma presente sempre: e nel legame, se
pur non apparente o appariscente, tra l’impostazione di quel problema centrale
della società moderna e tutti gli altri infiniti che Gramsci affronta, è la
modernità, la vitalità del Suo pensiero. Nelle Lettere dal carcere noi troviamo
sparsi un gran numero di pensieri e osservazioni sull’educazione. E non soltanto,
direi, perché in lettere familiari, in lettere sottoposte alla più diffidente e
malevola censura, l’educazione dei ragazzi si presenta come uno dei pochi
argomenti degni di essere trattati che si possono senza difficoltà trattare; ma
anche, e soprattutto, per la tendenza di Gramsci a fermare la sua attenzione
sull’aspetto educativo di ogni rapporto umano. Tendenza che mi pare connaturata
alla concretezza di Gramsci; perché il rapporto educativo è l’elemento ultimo,
più concreto, di ogni azione che muova e unisca uomini. Già da qualcuna delle
Lettere ci appare come Gramsci attribuisse una fondamentale importanza
all’educazione dei compagni, intesa non in senso generico, ma sistematico (una
delle attività più importanti sarebbe quella di registrare, sviluppare e
coordinare le esperienze e le osservazioni pedagogiche e didattiche, nella
lettera a Berti); e sappiamo poi per altre vie, di quanto Felice Platone ci ha
preannunciato sui quaderni del carcere, da numerosissime testimonianze di
compagni, come appunto l’interesse di Gramsci si portasse sistematicamente sui
problemi didattici e pedagogici in ogni azione, in ogni riflessione. Nelle
Lettere una trattazione sistematica del problema educativo nel suo complesso
non c’è: ma da una serie di spunti, di osservazioni, di giudizi ci pare si
possano ricostruire linee principali del pensiero di Gramsci riguardo a quella
parte importantissima del problema educativo che è l’educazione dei fanciulli.
Cercheremo ora appunto di raccogliere e collegare quelli che ci sembrano gli
spunti più significativi del pensiero di Gramsci su questo argomento,
riportando il più possibile le parole stesse di Gramsci. Gramsci critica
fortemente la concezione che egli definisce metafisica che presuppone che nel
bambino sia in potenza tutto l’uomo e che occorra aiutarlo a sviluppare ciò che
già contiene di latente senza coercizioni, lasciando fare alle forze spontanee
della natura o che so io. Io invece penso che l’uomo è tutta una formazione
storica, ottenuta con la coercizione(intesa non solo nel senso brutale e di
violenza esterna) e solo questo penso: che altrimenti si cadrebbe in una forma
di trascendenza o di immanenza. Ciò che si crede forza latente non è, per lo
più, che il complesso informe e indistinto delle immagini e delle sensazioni
dei primi giorni, dei primi mesi, dei primi anni di vita, immagini e sensazioni
che non sempre sono le migliori che si vuole immaginare. Questo modo di
concepire l’educazione come sgomitolamento di un filo preesistente ha avuto la
sua importanza quando si contrapponeva alla scuola gesuitica, cioè quando
negava una filosofia ancora peggiore, ma oggi è altrettanto superato.
Rinunziare a formare il bambino significa solo permettere che la sua
personalità si sviluppi accogliendo caoticamente dall’ambiente generale tutti i
motivi di vita.Pure, naturalmente, da pensatore dialettico, Gramsci fa sua la
grande conquista della concezione rousseauiana, quella grande conquista che la
fa essere moderna, e valida rispetto alla scuola gesuitica: non mortificare la
spontaneità del fanciullo. La spontaneità, intesa come fantasia, originalità,
personalità del fanciullo, è una costante preoccupazione nei suoi rapporti con
i figli. Chiede sempre alla madre se le letterine dei ragazzi sono originali,
pensate da loro. Quando regala il meccano a Delio manifesta il timore che la
cultura moderna (tipo americano) della quale il meccano è l’espressione tolga
al bambino il suo spirito inventivo e crei in lui un’astrattezza determinata da
intossicazione matematica. E così via. Ma quelli che guidano il bambino… senza
mortificare la sua spontaneità… debbono sollecitare l’acquisizione di qualità
solide e fondamentali per il suo avvenire:… la forza di volontà, l’amore per la
disciplina ed il lavoro, la costanza nei propositi. Il problema diviene a
questo punto didattico: è infatti compito concreto del padre, della madre,
dell’insegnante, cogliere le infinite occasioni per formare queste qualità
fondamentali senza mortificare la spontaneità del fanciullo. E un sforzo
didattico troviamo in alcune lettere di Gramsci a Giulia e a Teresina; e tale
sforzo didattico anima tutte le lettere ai suoi bambini. (Giuliano che non ha
mai conosciuto, Delio che ha lasciato quando il piccolo aveva due anni).
Antonio Gramsci continua ad essere, concretamente, padre, inserendosi quanto
più può nella vita e negli interessi di ogni giorno dei suoi figliuoli, come
compagno e guida insieme. I piccoli racconti che scrive per loro (L’albero del
riccio), i giudizi e i consigli sui loro giuochi e la loro attività, le discussioni
sulle loro letture e le loro idee, illuminano e concretano il suo pensiero
educativo. Gramsci prende sempre sul serio i suoi ragazzi, in ogni giuoco, in
ogni fantasia: ma nella fantasia e nel giuoco interviene; non per distruggerli,
ma per portarli a una sfera di coscienza superiore, per trarne motivi di
impegno e di interesse più completi, da uomini. Odia il bamboleggiare, cioè il
guardare estatici la spontaneità del fanciullo senza intervenire attivamente,
quanto la pedanteria, cioè l’intervenire dall’esterno senza tenere conto della
spontaneità infantile. Gramsci non crede all’educazione come sgomitolamento di
un filo preesistente e non crede quindi neppure a inclinazioni generiche
precoci. Di qui la sua ostilità a una precoce specializzazione della scuola, a
un suo prematuro carattere di orientamento professionale. Chiedendo notizie
alla moglie sulle brigate d’assalto e gli angoletti specializzati della scuola
primaria sovietica frequentata dai suoi ragazzi dice: Può nascere il dubbio che
ciò acceleri artificialmente l’orientamento professionale e falsifichi le
inclinazioni dei fanciulli, facendo perdere di vista lo scopo della scuola
unica di condurre i fanciulli ad uno sviluppo armonico di tutte le attività,
fino a quando la personalità formata metta in rilievo le inclinazioni più
profonde e permanenti perché nate ad un livello più alto di sviluppo di tutte
le forze vitali. L’inclinazione insomma è per Gramsci il punto di arrivo: nel
suo ideale educativo la specializzazione deve avvenire a un alto grado di
sviluppo della personalità nel suo complesso. Credo che in ognuno di essi (i
figli Delio e Giuliano) sussistano tutte le tendenze come in tutti i bambini
sia verso la pratica che verso la teoria o la fantasia e che anzi sarebbe
giusto guidarli in questo senso, ad un contemperamento armonioso di tutte le
facoltà intellettuali e pratiche, che avranno modo di specializzarsi a suo
tempo, sulla base di una personalità vigorosamente formata in senso totalitario
e integrale. L’uomo moderno dovrebbe essere una sintesi di quelli che vengono
ipostatizzati come caratteri nazionali: l’ingegnere americano, il filosofo
tedesco, il politico francese, ricreando, per dir così, l’uomo italiano del
Rinascimento, il tipo moderno di Leonardo da Vinci divenuto uomo-massa o uomo
collettivo pur mantenendo la sua forte personalità e originalità individuale.
Proprio nelle righe che abbiamo per ultime riportate ci sembra espresso nella
forma più alta e completa l’ideale educativo di Antonio Gramsci. E’ l’ideale
educativo della personalità umana completa e originale proprio degli uomini più
avanzati della pedagogia moderna, della scuola attiva, della scuola serena,
della educazione nuova, con la consapevolezza del combattente socialista che
uomo completo può e deve diventare ogni uomo nello sviluppo di una società
socialista. -Lucio Lombardo
Radice- 16 agosto 1947
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