CAPO LXV
giovedì, 18 marzo 2010
CAPO LXV
grazie Piero per la cartolina dalla Patagonia.Ne’ primi
giorni fu stabilito che ciascuno di noi avesse, due volte la settimana, un’ora
di passeggio. In seguito questo sollievo fu dato un giorno sì, un giorno no; e
più tardi ogni giorno, tranne le feste. Ciascuno era condotto a passeggio
separatamente, fra due guardie aventi schioppo in ispalla. Io, che mi trovava
alloggiato in capo del corridoio, passava, quando usciva, innanzi alle carceri
di tutti i condannati di Stato italiani, eccetto Maroncelli, il quale unico
languiva dabbasso. Buon passeggio! Mi sussurravano tutti dallo sportello dei
loro usci; ma non mi era permesso di fermarmi a salutare nessuno. Si discendeva
una scala, si traversava un ampio cortile, e s’andava sovra un terrapieno
situato a mezzodì, donde vedeasi la città di Brunn e molto tratto di
circostante paese. Nel cortile suddetto erano sempre molti dei condannati
comuni, che andavano o venivano dai lavori, o passeggiavano in frotta
conversando. Fra essi erano parecchi ladri italiani, che mi salutavano con gran
rispetto e diceano tra loro: Non è un birbone come noi, eppure la sua prigionia
è più dura della nostra. Infatti essi aveano molta più libertà di me. Io udiva
queste ed altre espressioni, e li risalutava con cordialità. Uno di loro mi
disse una volta: Il suo saluto, signore, mi fa bene. Ella forse vede sulla mia
fisonomia qualche cosa che non è scelleratezza. Una passione infelice mi trasse
a commettere un delitto; ma, o signore, no, non sono scellerato! E proruppe in
lacrime. Gli porsi la mano, ma egli non me la potè stringere. Le mie guardie,
non per malignità, ma per le istruzioni che aveano, lo respinsero. Non doveano
lasciarmi avvicinare da chicchesifosse. Le parole che quei condannati mi
dirigevano, fingeano per lo più di dirsele tra loro, e se i miei due soldati
s’accorgeano che fossero a me rivolte, intimavano silenzio. Passavano anche per
quel cortile uomini di varie condizioni estranei al castello, i quali venivano
a visitare il soprintendente, o il cappellano, o il sergente, o alcuno de’
caporali. Ecco uno degl’Italiani, ecco uno degl’Italiani! Diceano sottovoce. E
si fermavano a guardarmi; e più volte li intesi dire in tedesco, credendo ch’io
non li capissi: Quel povero signore non invecchierà; ha la morte sul volto. Io,
infatti, dopo essere dapprima migliorato di salute, languiva per la scarsezza
del nutrimento, e nuove febbri sovente m’assalivano. Stentava a trascinare la
mia catena fino al luogo del passeggio, e là mi gettava sull’erba, e vi stava
ordinariamente finché fosse finita la mia ora. Stavano in piedi o sedeano
vicino a me le guardie, e ciarlavamo. Una d’esse, per nome Kral, era un boemo,
che, sebbene di famiglia contadina e povera, avea ricevuto una certa
educazione, e se l’era perfezionata quanto più avea potuto, riflettendo con
forte discernimento su le cose del mondo e leggendo tutti i libri che gli
capitavano alle mani. Avea cognizione di Klopstock, di Wieland, di Goethe, di
Schiller e di molti altri buoni scrittori tedeschi. Ne sapea un’infinità di
brani a memoria, e li dicea con intelligenza e con sentimento. L’altra guardia
era un polacco, per nome Kubitzky, ignorante, ma rispettoso e cordiale. La loro
compagnia mi era assai cara.
-Silvio Pellico, Le mie prigioni,Mondadori.
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