SILVIO
sabato, 13 febbraio 2010
SILVIO
Lo svegliarsi la prima notte in carcere è cosa orrenda!
“Possibile!” dissi ricordandomi dove io fossi “possibile! Io qui? E non è ora
un sogno il mio? Ieri dunque m’arrestarono? Ieri mi fecero quel lungo
interrogatorio, che domani, e chi sa fin quando dovrà continuarsi? Ieri sera,
avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando a’ miei genitori? “Il riposo,
il perfetto silenzio, il breve sonno che avea ristorato le mie forze mentali,
sembravano avere centuplicato in me la possa del dolore. In quell’assenza
totale di distrazioni, l’affanno di tutti i miei cari, ed in particolare del
padre e della madre allorché udrebbero il mio arresto, mi si pingea nella
fantasia con una forza incredibile. In quest’istante” diceva io “dormono ancora
tranquilli, o vegliano pensando forse con dolcezza a me, non punto presaghi del
luogo ov’io sono! Oh felici, se Dio li togliesse dal mondo, avanti che giunga a
Torino la notizia della mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere
questo colpo?” Una voce interna parea rispondermi: “Colui che tutti gli
afflitti invocano ed amano e sentono in se stessi! Colui che dava la forza ad una
Madre di seguire il Figlio al Golgota, e di stare sotto la sua croce! l’amico
degl’infelici, l’amico dei mortali!”. Quello fu il primo momento, che la
religione trionfò del mio cuore, ed all’amor filiale debbo questo benefizio.
Per l’addietro, senza essere avverso alla religione, io poco e male la seguiva.
Le volgari obbiezioni, con cui suole essere combattuta, non mi parevano un gran
che, e tuttavia mille sofistici dubbi infievolivano la mia fede. Già da lungo
tempo questi dubbi non cadevano più sull’esistenza di Dio, e m’andava ridicendo
che se Dio esiste, una conseguenza necessaria della sua giustizia è un’altra
vita per l’uomo, che patì in un mondo così ingiusto: quindi la somma
ragionevolezza di aspirare ai beni di quella seconda vita; quindi un culto di
amore di Dio e del prossimo, un perpetuo aspirare a nobilitarsi con generosi
sacrifizi. Già da lungo tempo m’andava ridicendo tutto ciò, e soggiungeva: “E
che altro è il Cristianesimo se non questo perpetuo aspirare a nobilitarsi?”. E
mi meravigliava come sì pura, sì filosofica, sì inattaccabile manifestandosi
l’essenza del Cristianesimo, fosse venuta un’epoca in cui la filosofia osasse
dire: “Farò io d’or innanzi le sue veci”. Ed in qual modo farai tu le sue veci?
Insegnando il vizio? No certo. Insegnando la virtù? Ebbene sarà amore di Dio e
del prossimo; sarà ciò che appunto il Cristianesimo insegna. Ad onta ch’io così
da parecchi anni sentissi, sfuggiva di conchiudere: “Sii dunque conseguente!
sii cristiano! non ti scandalezzar più degli abusi! non malignar più su qualche
punto difficile della dottrina della Chiesa, giacché il punto principale è
questo, ed è lucidissimo: ama Dio e il prossimo”. In prigione deliberai
finalmente di stringere tale conclusione, e la strinsi. Esitai alquanto,
pensando che se taluno veniva a sapermi più religioso di prima, si crederebbe
in dovere di reputarmi bacchettone, ed avvilito dalla disgrazia. Ma sentendo
ch’io non era né bacchettone né avvilito, mi compiacqui di non punto curare i
possibili biasimi non meritati, e fermai d’essere e di dichiararmi d’or in
avanti cristiano.
-Silvio Pellico- tratto da Le miei prigioni,III Cap.
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L’AFRICA SARA’ LIBERA (alcuni brani)
Piangi, amato mio fratello negro nei
millenni di morti bestiali!
Le tue ceneri furono sparse per la terra
dal simun e dall’uragano
tu, che non hai mai innalzato piramidi.
Per tutti i tuoi potenti boia,
tu, catturato nelle razzie, tu battuto
in ogni battaglia in cui trionfa la forza,
tu, che hai imparato in una scuola secolare
un solo slogan: schiavitù o morte,
tu, che ti sei nascosto nelle jungle disperate,
che hai affrontato tacendo migliaia di morti
sotto la maschera della febbre delle paludi
o sotto la maschera della tigre che azzanna,
o degli abbracci delle sabbie mobili
che soffocano a poco a poco, come il boia…
E venne il giorno in cui comparve il bianco.
Fu più stuto e cattivo di ogni morte,
barattò il tuo oro
con uno specchietto, una collana, ninnoli.
Violentò le tue sorelle e le tue mogli,
e corruppe con l’alcool i figli dei fratelli tuoi
e cacciò in prigione i tuoi bimbi.
…
E presso il fuoco, nell’allarme, nei confusi segni
ti sfogavi in canti di dolore,
semplici e senza parole, come l’angoscia.
Accadde che persino ti rallegrasti
e fuori di te, in una esuberanza di forza danzasti…
Musica, tu hai consentito anche a noi
di sollevare il volto e di guardare negli occhi
la futura liberazione della razza.
Che le rive dei vasti fiumi che portano
verso l’avvenire le lor onde vive siano tue!
Che tutta la terra e tutte le sue ricchezze
siano tue!
Che il caldo sole di mezzogiorno
bruci le tue pene.
Si asciughino ai raggi del sole
le lacrime che il tuo avo versò,
tormentato in queste lande luttuose!
Il nostro popolo, libero e felice
vivrà e trionferà nel nostro Congo.
Qui, nel cuore della grande Africa!
-Patrice Lumumba-
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