PAN

 

martedì, 16 febbraio 2010

PAN

 La paura è sempre inclinata a veder le cose più brutte di quel che sono*. Nel vederlo così brutto la madre fugge impaurita; il dono di terrorizzare la gente porta agli onori del popolo ogni specie di tiranno; già avanti la venuta di Cristo, gli ateniesi a Maratona vittoriosi, costruiscono un grande tempio e ascoltano il suono del flauto; Pan, il figlio della divinità Ermes, nella modernità suscita nell’etere immagini e suoni spaventosi; nella scoperta del panico giornaliero dall’insicurezza all’ingiustizia: Ancora suona quell’inumano flauto? Ricordiamo Siro: *Multus timere debet quem multi timet.

 

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DISPERATA SPERANZA

 

Oh!, momento felice, per chi sa che sia l’amore,

 

per chi ama davvero, per chi ama sul serio,

 

il giorno del commiato!

 

Separazione amara, ma speranza, dolcissima speranza,

 

desiderio dei giorni a venire.

 

Solitudine, noia, ma speranza, speranza salda certezza,

 

speranza acqua di vita, speranza di riamare

 

e di dimenticare secoli di dolore.

 

Oh, cuore giardiniere, oh, diletto rosaio!

 

Ortolano devoto d’amore casto insonne,

 

che poti, zappi e speri, nero di spine il palmo,

 

perché un giorno ne avrai gloria di rose!

 

Oh, cuore mio che allevi, entro gabbia d’avorio,

 

usignoli dolenti, e li disseti trepido e li nutri,

 

fiero di te, ben certo che un giorno tu n’avrai gloria di canto!

 

Cuore mio navigante, giocattolo dell’onda,

 

piuma lieve sui venti, vita in balia del mare,

 

anche tu sai che cosa sia speranza.

 

Cuore mio minatore, che ti privi di luce

 

per strappare alla roccia le sue gemme,

 

e giorno e notte scavi inesausto le visceri dei monti,

 

forse un’alba il diamante compenserà codesto tuo sperare.

 

Desiderio e speranza: d’essi soli sentiamo gran bisogno,

 

noi qui di questo mondo.

 

Finché s’accende il sole, finché la luna è bianca,

 

voglio amare, e sperare in questo amore.

 

Cipressi di tenerezza nel giardino dell’anima ho piantato:

 

cipressi senza autunno, cipressi verdi infocati,

 

cipressi ben diversi da quest’albero tuo,

 

spoglio di frutti, nudo alla bufera, desolato spinoso.

 

Sono straniero e fitta mi s’annida nel cuore nostalgia.

 

Chiedo di te sull’orlo dei sentieri al passante;

 

mi risponde: rinuncia all’anelito tuo vano.

 

Disperato sarà chi tanto spera.

 

No, non voglio tradire!

 

Spererò con pazienza e con disperazione,

 

fin che il dolce respiro mi saprà sostenere.

 

Perché, a far avvizzire quest’anima che spera, ci vuol altro!

 

Ben viva la mantengono sorsate di speranza.

 

-Gurgani-

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