L’UOMO
mercoledì, 17 febbraio 2010
L’UOMO
Nelle ore di stanchezza dello spirito, quando alla mente si
affacciano le larve del passato, quando il pensiero, come un pallido sole
d’autunno, perduti gli ardori della passione rischiara il terribile caos del
presente e turbina sopra se stesso minaccioso, senza aver la forza di levarsi
più in alto e procedere oltre, nelle ore accascianti di stanchezza dello
spirito, io, coll’immaginazione, evoco la grandiosa figura dell’uomo. L’uomo!
La sua gran luce splende nel mio petto come un sole. Questo essere tragicamente
magnifico avanza grave, immenso come il mondo, sempre più in alto, sempre più
avanti. Vedo la sua fronte altera e i suoi occhi profondi, e in essi la
scintilla vivificatrice del pensiero che ha rivelato l’incorruttibile armonia
dell’universo, del pensiero, forza strapotente, che nei momenti di fiacchezza
crea gli Dei e in quelli di sana vigoria li sa abbattere. Perduto nei deserti
dell’universo, solo, su di una sfera di terra che rotea vertiginosamente per
l’etere immenso, angosciato dalla domanda: Perché esisto, procede
coraggiosamente, sempre più avanti e più in alto alla ricerca dei misteri della
terra e del cielo. Egli incede, irrigando col sangue del proprio cuore il
difficile ma superbo sentiero, facendo sbocciare, da quel suo sangue ardente, i
fiori immortali della poesia, trasformando in musica il grido dell’anima
affannosa, arricchendo ad ogni passo la vita con quella generosità con cui il
sole suol profondere i suoi beni sulla terra. E sale sempre più in alto,
procede sempre più in avanti, per il mondo, come una stella che guidi il
disperso navigante.
L’uomo libero e altero, incede più innanzi degli altri armato
del suo solo pensiero, che ora arde come folgore, ora gela e indurisce come
l’acciaio, ed è solo fra gli enigmi dell’esistenza, solo tra la folla dei
propri errori che gli feriscono il cuore e gli straziano il cervello. E
cammina! Cammina!… Nel suo petto gl’istinti urlano; la voce dell’amor proprio
grida, come un mendicante sfrontato che insista per aver l’elemosina; e i lacci
tenaci degli affetti gli avvolgono il cuore, nutrendosi, come l’edera, del suo
succo vitale, e domandano con acuti lamenti di mantenere i loro patti; tutti i
sentimenti lo vogliono schiavo; le nuvole addensate dalle piccole meschinità
della vita piovono fango e bruchi sulla sua via. Come i pianeti circondano il
sole così egli è attorniato dagli esseri creati dal suo stesso infaticabile
spirito. L’amore, sempre assetato, lo segue, più lontano, e zoppicando vien
l’amicizia, mentre innanzi a lui, s’inerpica la speranza. Ecco l’odio, generato
dall’ira, infrangere le catene della pazienza che cingono i polsi, mentre la
fede, coi suoi occhi vuoti fissa il suo volto convulso offrendogli un placido
amplesso… Egli li conosce tutti i suoi seguaci, le deformi, deboli, incomplete
creature del suo spirito. Coperte dei cenci delle antiche verità, avvelenate
dai vecchi pregiudizi, seguono ostili il pensiero, impotenti a seguirne il
volo, come la cornacchia che tentasse seguir l’aquila, e gli disputano il
posto, unendoglisi qualche volta alla gran fiamma generatrice. Ed ecco qui
anche l’eterna compagna dell’uomo, la morte, muta, enigmatica, sempre pronta a
gelare il cuore ardente di vita col suo freddo bacio. Egli conosce tutto il suo
seguito immortale, anche la pazzia, che viene ultima! Alata, violenta come il
turbine, essa lo spia con l’occhio feroce, tentando coprire il pensiero con la
sua nera ala, per avvilupparlo poi nei vortici della sua danza selvaggia.
Solo il pensiero, l’amico dell’uomo, non l’abbandona, e solo
la sua luce gli rischiara le voragini della vita, i misteri della vita, le
tenebre della natura, l’oscuro caos del suo cuore. Questo libero amico
dell’uomo penetra con lo sguardo acuto dovunque, e tutto vede: la furberia
dell’amore, scaltra e volgare; la brama d’impadronirsi del desiderato… la
smania di abbassarsi e d’abbassare, e dietro a ciò, la faccia ignobile della
sensualità; l’impotenza che teme della speranza è seguita dalla sorella sua
carnale, la menzogna; la menzogna pomposa e variopinta, sempre pronta a
consolare e ingannare colle sue parole lusinghiere. Il pensiero rischiara la
prudenza calcolata, nel decrepito cuore dell’amicizia, la curiosità vuota e
crudele, le piaghe purulente dell’invidia infiorate dalle muffe della
maldicenza. Il pensiero vede le forze tenebrose dell’odio, e sa. Se gli
leveranno le catene egli distruggerà tutto sulla terra; neppure i germi della
giustizia saranno risparmiati. Il pensiero illuminando la fede, illumina una
perversa bramosia di sconfinata potenza, che vuol asservire tutti i sensi, le
unghie rattratte dell’incredulità; l’impotenza delle sue ali grevi e la cecità
dei suoi occhi vuoti. Egli vuol pugnare perfino contro la morte. Ad esso che
dalla bestia trasse l’uomo, ad esso che ha creato una moltitudine di Dei, di
sistemi filosofici e di scienze che son le chiavi degli enigmi dell’universo,
ripugna questa inutile, infeconda forza nemica. La morte per esso somiglia al
cenciaiolo che cercando per i cortili, talvolta raccoglie nel suo lurido sacco
i rifiuti dello spazzaturaio, talvolta trovando un oggetto ancor buono
sfacciatamente se ne impadronisce. Satura del lezzo della putredine, coperta del
manto dell’errore, impassibile e impersonale, muta come una sfinge, la morte
sta sempre dinanzi all’uomo; ma il pensiero creatore, radioso come il sole,
pieno di folle audacia e dell’innata coscienza della propria immortalità, la
studia gelosamente… Così incede l’uomo attraverso le tenebre misteriose e
paurose dell’esistenza. Avanti e in alto! Sempre più avanti, sempre più in
alto! Eccolo stanco, vacillante e gemente; il suo cuore impaurito cerca la fede
ed evoca con alte grida le tenere carezze dell’amore. Dalla sua stanchezza son
nati tre uccelli: lo sconforto, la disperazione e la noia. I tre uccellini
deformi aleggiano imprecando sulla sua anima e contano la triste canzone: Tu
sei un piccolo insetto incalcolabile, il tuo sentimento è limitato, il tuo pensiero
è impotente, il tuo santo orgoglio è ridicolo, e tutto ciò che farai non varrà
a sottrarti alla morte. Il suo cuore straziato trema a questa perfida e mendace
canzone, gli acuti strali del dubbio gli pungono il cervello, negli occhi
spuntano le lacrime per l’amara offesa, e se l’alterigia sua non si ribella, la
paura della morte lo ricaccia nella gelida prigione della fede; e l’amore, con
sorriso vittorioso, lo trascina nel suo amplesso nascondendo colle promesse di
una sovrana felicità la sua dolorosa impotenza ribellantesi all’istinto. La
timida speranza, alleata della vergogna, canta la nenia delle gioie tranquille,
s’allieta della tregua conclusa, e con parole soavi addormenta lo spirito
affogandolo nella gora stagnante della pigrizia, fra le zampe della noia, di
lei figlia. E appagato dalle passioni dei piccoli sentimenti egli si riempie in
fretta il cuore e il cervello del dolce veleno e della menzogna cinica, che
gl’insegna spudoratamente non esservi per l’uomo altra via che quella della
stalla, con lo strame dell’appagamento.
Ma il pensiero è altero ed ama l’uomo, perciò si cimenta in
battaglia con la menzogna, prendendo come campo di lotta l’uomo stesso. Lo
perseguita come un nemico, gli rode il cervello senza tregua, come un verme,
come l’arsura gli devasta il petto; e come un carnefice lo strazia,
stringendogli incessantemente il cuore assetato di verità, di quella rigida e
sapiente verità della vita, che spazzando le nebbie degli inganni, si erge come
un fiore di fuoco che animò il pensiero. Quando l’uomo è avvelenato
insanabilmente dalla menzogna, crede che non vi sia al mondo felicità più
perfetta dell’appagamento dello stomaco e dell’anima, e non esistano godimenti
maggiori che la sazietà e la tranquillità, o piccole comodità del vivere: il
pensiero, divenuto schiavo di tale spensierato godimento, chiude
malinconicamente le ali e dorme, abbandonando l’uomo stesso. Simili agli
effluvi miasmatici, la volgarità morbida, figlia della noia, avvolge l’uomo
cospargendo il suo cuore, il suo cervello, i suoi occhi di una grigia polvere
mortifere. L’uomo perde se stesso, mutandosi, per propria debolezza, in un
animale senza pensiero e senz’amor proprio…; ma se la rivolta scoppia, sveglia
in lui il pensiero e di nuovo egli riprende la sua marcia in avanti: solo,
attraverso i triboli dei propri errori, solo in mezzo alle ardenti scintille
dei dubbi, solo, fra le rovine delle antiche verità! Imponente, altero, libero,
egli guarda coraggiosamente in faccia la verità e dice ai propri dubbi: Voi
mentite quando dite che io sono impotente, che la conoscenza che ho del mio
essere ha un limite. Essa cresce! Io sento e vedo come essa cresce in me,
percepisco il mio crescere dal crescere delle mie sofferenze, e so che se essa
non crescesse, io non soffrirei più di prima. Ma ad ogni passo aumentano i miei
desideri, vedo più profondamente, e questo rapido sviluppo di desideri è
l’arricchirsi della coscienza di me stesso. In questo momento essa si affaccia
in me, come una scintilla… E che importa! Le scintille son madri d’incendi; in
avvenire io sarò l’incendio dell’universo. Son chiamato ad illuminare la Terra,
a decifrare gli enigmi, a trovare l’armonia fra me e il mondo, a creare in me
stesso l’armonia, rischiarando tutto il buio caos della vita su questa terra
che è coperta come di una crosta d’infelicità, di sventure, di pervertimenti,
ed a spazzar via tutta l’immondezza, dalla sua faccia, per gettarla nella fossa
del passato.
Io son chiamato a sciogliere i nodi di tutti gl’inganni e di
tutti gli errori, che hanno stretto in un cilicio orrendo e sanguinoso tutti
gli uomini, i quali, impauriti, si dibattono in esso, divorandosi come belve!
Io son creato dal pensiero per distruggere tutto ciò che è vecchio, meschino,
immondo, perverso, e per creare sulle incrollabili fondamenta, dal pensiero
stesso posate, un nuovo edificio di libertà, bellezza, dignità umana.
Implacabile nemico della vergognosa meschinità delle umane aspirazioni, voglio
che ciascuno fra gli uomini si senta e sia uomo! Tutta questa esistenza, nella
quale il lavoro da schiavi degli uni, passa senza lasciar traccia, perché gli
altri possano riempirsi di pane e di godimenti spirituali, è senza scopo,
infame e obbrobriosa. Maledette tutte le abitudini, le superstizioni, le
convenzioni che hanno incatenato la vita degli uomini come il vischio di una
tela di ragno! Esse inceppano la vita ed io le distruggerò! La mia arma è il
pensiero, e la ferma, incrollabile persuasione della sua illimitata libertà,
della sua immortalità e del crescere continuo della sua creazione, inesauribile
sorgente della mia forza. Il pensiero, per me, è l’eterno ed unico faro di
verità fra le tenebre della vita, la luce in mezzo all’oscurità degli errori.
Vedo ch’esso arde di più vivida luce, e sempre più intensamente rischiara gli
abissi dei misteri, ed io commino nella sua eterna luce, e sulle sue orme
sempre più in alto! E più avanti! Serenamente affermo che la superstizione e i
ruderi delle vecchie credenze, e le nebbie degli inganni che ora turbinano
sopra la vita, son tutte sorte dalle ceneri delle vecchie verità, bruciate
dalla fiamma del pensiero stesso che in passato le creò. Ed affermo che vincono
non coloro che godono i frutti della vittoria, ma solamente quelli che restano
sul campo di battaglia. Vedo ogni scopo nella mia creazione ed essa soddisfa se
stessa completamente. Cammino per ardere colla maggior luce possibile e
rischiarare più intensamente le tenebre della vita, e la mia abolizione è la
mia ricompensa. Non cerco altro premio perché vedo che il potere è vergognoso e
noioso, la ricchezza pesante e sciocca, la gloria un pregiudizio nato
dall’ignoranza degli uomini inconsapevoli del loro valore e della supina
abitudine ad inchinarsi. Oh dubbi! Voi non siete altro che le scintille del
pensiero. Esso, esaminando se stesso, vi crea con l’esuberante forza sua, e con
essa vi alimenta! Verrà il giorno! Nel mio petto si riunirà il mondo dei
sentimenti col mio pensiero immortale in una gran fiamma creatrice e con quella
io dissiperò tutte le tenebre, tutte le perversività ed allora somiglierò a
quegli dei che il mio pensiero ha creato. Tutto nell’uomo e tutto per l’uomo!
Eccolo nuovamente grande e libero. Egli alza il capo alteramente e a passi
gravi, ma sicuri, marcia sulle rovine dei vecchi pregiudizi. Solo in mezzo alla
grigia nebbia degli errori, ha dietro a sé la polvere del passato come una
densa nuvola e dinanzi gli sta la folla dei misteri che imperturbabili lo
aspettano. Così s’avanza, l’uomo, senza posa. Sempre più s’avanza, l’uomo,
senza posa. Sempre più avanti, sempre più in alto!
-MASSIMO GORKI-
MUTA E’ LA STRADA
Muta è la strada, muta e visitusa
e visitusi parunu li stiddi,
muti li casi parranu ‘ntra d’iddi
facennu ‘nterra un’ummira scurusa.
Lu ferru di lu taccu magonziai
sgargia li strati e ti linzia lu cori:
Lu cantu di ‘na cucca ca si ‘ntisi
pari ca ci diceva: mori, mori!
S’apri ‘na porta e luci a sfilanzedda,
sgridda lu partigianu e fa faidda:
Lustrusa si fa tutta la vanedda
ridi la casa e brillanu li stidda.
‘Ddu ferru non ni duna cchiù turmenti
ca lu squagghiò lu focu di l’amuri:
Li frutti sunu all’alberu pinnenti
lu ferru canta ammenzu a li lavuri.
-G. Spampinato Sciuto-
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