CHI E'?
lunedì, 25 gennaio 2010
CHI E’?
E’ stato presentato a questa riunione un ampio documento, frutto di una
elaborazione assai lunga, cui hanno partecipato molti compagni. A questo
documento sono state fatte parecchie osservazioni critiche. Sarà compito di
tutta l’assemblea e in particolare del relatore valutarle e, credo, di
un’apposita commissione tenerle in giusto conto per la redazione definitiva di
un testo sul quale si aprirà il dibattito nel partito. Non intendo, ora,
entrare nel merito di queste osservazioni critiche, ma soltanto dire poche
parole su alcuni temi di ordine generale, circa la nostra concezione del
partito politico della classe operaia e, alla fine, sul modo di porre, oggi, la
questione dell’unità politica tra differenti partiti, che si richiamino e alla
classe operaia e ai principi del socialismo. Anche quest’ultimo tema, infatti,
deve essere trattato partendo da considerazioni di ordine generale relative
alla struttura della società, ai nostri criteri di giudizio della lotta
politica che in essa si svolge e agli obiettivi che ci proponiamo di
raggiungere. Nel documento che si sta discutendo vengono posti numerosi
problemi e compiti, di ordine generale e particolare, relativi alle strutture
organizzative, alla loro maggiore o minore aderenza al tessuto sociale, alla
loro efficienza, alle trasformazioni che debbono subire e così via. Tutti
questi temi sono trattati e debbono essere trattati alla luce della
fondamentale definizione che noi diamo del partito nostro, cioè del partito
politico della classe operaia come partito di massa e partito di lotta. Questo
è un momento essenziale, non rinunciabile, della nostra dottrina del partito.
Queste qualità si possono concretamente realizzare in modo diverso, secondo le
diverse situazioni, e possono dar luogo, quindi, a diverse strutture; non si
debbono però perdere mai. Derivano da questo punto notevoli differenze tra la
nostra concezioni del partito politico e altre concezioni, che noi critichiamo
e respingiamo. Noi siamo d’accordo, anzi, noi insistiamo nell’affermare e
sottolineare che l’esistenza del partito politico anzi, precisiamo, l’esistenza
dei partiti politici è indispensabile per l’esistenza stessa e per lo sviluppo
di un regime di democrazia. Non è concepibile, oggi, una società democratica
nella quale non esista un partito politico.
La tendenza a ridurre, in questa società, la funzione del partito politico
e la sua importanza; la tendenza a denunciare la presenza e l’intervento
continuo del partito politico nella vita democratica come elemento di disturbo
e quasi di degenerazione, è una tendenza da considerare nettamente reazionaria.
Ciò non vuol dire che non possano esservi, nella attività dei partiti e
soprattutto dei partiti di governo, momenti che devono essere criticati e
respinti, in quanto tendono a sostituire alla democrazia una specie di
oligarchia di gruppi dirigenti. L’essenziale, però, è che senza una attività
continua dei partiti, non può esistere democrazia politica. Considero quindi
anche antidemocratica e da respingersi la tendenza a sostituire al partito
politico il cosiddetto gruppo di pressione e al sistema dei partiti un sistema
di gruppi di pressione. Se si considerano le cose con attenzione, si può
agevolmente scoprire che questa è la tendenza propria di quello che si è ormai
soliti chiamare il neocapitalismo. Il punto di arrivo di questa tendenza è una
società priva di democrazia politica, di cui, del resto, non mancano esempi
nell’attuale mondo capitalistico. Non intendo aprire la questione di cosa sia,
oggi, la democrazia americana. Certo è che essa si è presentata al mondo, nei
giorni scorsi, con lineamenti spaventosi. E non colpisce soltanto l’assenza di
confine tra il contrasto di diversi gruppi dirigenti e la delinquenza comune.
Colpisce l’assenza di una opinione politica organizzata e di massa, la quale
riesca, di fronte a fatti di indicibile peso politico e morale, ad esprimersi
liberamente e in modo efficace. I gruppi di pressione sono diventati gruppi di
potere e questi gruppi di potere è difficile sapere che cosa in realtà siano,
come si dispongano e si colleghino con le forze reali della società, ma si sa
che sono pronti a combattersi con tutte le armi, facendo ricorso anche ai mezzi
più criminali. Nessun difetto di un sistema democratico fondato su una
articolazione di partiti politici eguaglia questa vera degenerazione della vita
politica e civile. Tra la concezione del gruppo di pressione, che agisce per
diventare gruppo di potere, e la nostra concezione del partito politico vi è un
sostanziale punto di differenziazione, che sta precisamente nella affermazione
del carattere che noi attribuiamo al partito politico della classe operaia,
come organizzazione di massa e organizzazione di lotta, che si propone di
guidare le grandi masse popolari versi questi obiettivi di profonda trasformazione
sociale, che sgorgano dallo stesso sviluppo oggettivo della economia e dalla
coscienza delle classi lavoratrici.
Sviluppiamo ampiamente il dibattito e la ricerca relativi alle strutture
del partito e al suo lavoro, ma non distacchiamoci mai da questi principi, che
sono essenziali. Il punto di partenza deve essere, senza dubbio, una critica,
volta a stabilire se vi è corrispondenza tra le nostre strutture e la nostra
attività da una parte e le nuove realtà della vita economica e sociale dall’altra.
Modifichiamo e correggiamo ciò che apparirà necessario. Non abbandoniamoci però
a previsioni e soluzioni che siano soltanto o prevalentemente
tecnico-organizzative. La struttura del partito deve essere tale che, facendolo
aderire alle strutture sociali, gli consenta sì una più tempestiva, più
articolata e più efficace elaborazione politica, ma allo scopo, sempre, di
essere in grado di esercitare, tra le masse e alla testa di un movimento di
massa, la necessaria direzione di un’azione politica. E’ evidente che il
partito fa parte della sovrastruttura della società; esso è però strettamente
legato alla struttura e la esprime. I partiti, diceva Gramsci, sono una
numenclatura delle classi sociali. Gramsci stesso però ci ha insegnato a non
considerare in modo meccanico il rapporto fra struttura e sovrastruttura. La
sovrastruttura non è un elemento passivo; ha anche una sua autonomia di
sviluppo e di movimento. Tra il partito e la sua base sociale esiste un
rapporto complesso, un movimento interno che il partito si sforza di
comprendere e dominare, per poter adempiere la propria funzione. Anche le forze
reazionarie, soprattutto quando si propongono compiti di aperta rottura,
tentano di crearsi basi organizzate tra le masse. Valgano gli esempi del
fascismo, del gollismo, dello hitlerismo. Il nostro rapporto con le masse
lavoratrici è però cosa profondamente diversa, per la sua natura organica e
perché esprime un processo di libertà. In questo senso esso è diverso anche dal
rapporto che stabilisce con le masse il partito democristiano, per esempio, con
intenti prevalentemente di conservazione dell’ordinamento economico attuale. La
classe operaia e le masse lavoratrici ad essa più vicine vogliono affermarsi
come forze dirigenti della società, allo scopo di compiere una rivoluzione
degli ordinamenti sociali. Il nostro partito è quindi organo di lavoro e di
lotta per realizzare questo obiettivo. E questo si raggiunge in diversi e
concorrenti modi. La classe operaia, infatti, si afferma come classe dirigente
per il suo programma, che indica mete più lontane, presenta soluzioni adeguate
per i problemi vicini e urgenti, e che spetta al partito, in contatto con altre
forze democratiche, elaborare e rendere popolare, facendolo diventare il
programma di un grande movimento di lavoratori. La classe operaia si afferma
come classe dirigente per la sua capacità di lottare per la realizzazione di
questo programma e imporla, in forme e in condizioni determinate. La classe
operaia, infine, si afferma come classe dirigente per la sua capacità di
esercitare sulla opinione pubblica un certo grado di egemonia politica anche
prima di avere conquistato il potere.
Ciò dipende dal grado di sviluppo della stessa società capitalistica e
quindi dal grado di maturità dei germi di socialismo nel mondo e dalle
condizioni della lotta politica in ciascun paese. Il complesso di questi tre
momenti è decisivo perchè si possa avere una avanzata democratica verso il
socialismo ed è attraverso la elaborazione politica, il lavoro, la
organizzazione e le lotte del partito che in questi tre campi si riesce a
progredire. In tutti e tre questi campi, però, ogni progresso è subordinato ai
legami del partito con le masse, alla loro direzione. Estensione e solidità e
cioè al carattere di massa del partito. Gramsci parlò del partito della classe
operaia come intellettuale collettivo. In questa definizione confluiscono tutti
i momenti cui ho brevemente accennato. Nel partito è superata la coscienza
soltanto corporativa: si giunge alla politica. Il partito opera nella società
civile e nella società politica per trasformarle. L’adesione al partito e la
costruzione del partito sono quindi atti di libertà. L’operaio, il lavoratore
incomincia a liberarsi, entrando nel partito e lottando nelle sue file, dalla
condizione puramente oggettiva, individuale, economico-naturale della sua
esistenza e della sua vita di cittadini. La sua attività diventa creazione,
cultura, costruzione consapevole di un mondo nuovo. Anche nelle condizioni in
cui la classe operaia già sia diventata classe dirigente e si lavori alla
edificazione di un nuovo ordinamento sociale, la presenza e l’attività del
partito sono indispensabili, come momento della direzione consapevole di un
processo complicato, talora difficile, di cui sono protagoniste le grandi masse
lavoratrici. E qui si scontra con il problema del partito dirigente unico e
della corrispondente struttura politica. Questo problema è stato risolto in un
certo modo nell’Unione Sovietica, in modo già diverso in altri paesi
socialisti, dove esistono e collaborano diversi partiti politici. Noi abbiamo
da tempo elaborata, per quel che ci riguarda, una posizione nostra. Riteniamo
possibile e necessaria, nelle condizioni che stanno davanti a noi, la pluralità
dei partiti politici durante la costruzione di una società nuova. Né si deve
credere che questa nostra posizione sia dettata soltanto dalle circostanze del
nostro paese; né soltanto dalle così aspre critiche che sono state fatte di
errori, violazioni di legalità e persino crimini commessi sotto il potere di
Stalin. Il motivo di fondo delle nostre critiche ed elaborazioni sta nella
consapevolezza da un lato delle complicate differenziazioni politiche e sociali
che sono proprie di società capitalistiche molto sviluppate e di tradizione
democratica; dall’altro lato del nuovo sempre più grande prestigio che stanno
acquistando i principi e i programmi del socialismo. Mentre un tempo si poteva
considerare che si sarebbero potute orientare verso il socialismo solo le
avanguardie della classe operaia, oggi questo processo si compie in ampi strati
di masse lavoratrici e anche di ceti intermedi e del ceto intellettuale. Vi
sono grandi larghe e nuove possibilità di estensione del campo delle forze
politiche che accettano, anche se in forme diverse, una prospettiva socialista
e che, evidentemente, non possono appartenere tutte a un solo partito. E’ una
situazione del tipo di quella cui accennava quel classico della nostra dottrina
il quale ha scritto che, qualora noi riuscissimo a staccare dalla adesione
passiva all’ordine borghese grandi parti delle masse contadine e del ceto
medio, allora la stessa questione della dittatura del proletariato si dovrebbe
porre in modo diverso. Noi, intanto, teniamo conto che nella situazione odierna
possono esistere partiti politici diversi che si richiamino al socialismo, che
vogliano rendere possibile la costruzione di una società socialista e intendano
parteciparvi. Intendo partiti diversi per le loro tradizioni e anche per i loro
programmi, cioè per il modo come concepiscono e vogliono costruire una società
nuova. Questa è una delle condizioni da cui deriva la esistenza, anche dopo che
la classe operaia già sia diventata classe dirigente, di partiti diversi, tra i
quali potrà esservi collaborazione ma potranno anche esservi contrasti,
derivanti da posizioni differenti. Si presenta quindi, sia per il momento
presente, sia in una prospettiva più lontana, la questione delle relazioni tra
questi partiti, e cioè tra tutte quelle forze politiche organizzate che abbiano
una base nella classe operaia, che veramente tendano a una trasformazione
socialista degli ordinamenti attuali, che siano consapevoli della possibilità e
necessità di una avanzata democratica verso il socialismo, che siano portatrici
nel mondo di oggi sia della spinta oggettiva al socialismo sia della coscienza
che l’accompagna.
I problemi che si pongono sono di
avvicinamento, di contatto, di reciproca conoscenza e di collaborazione, cioè
di unità. E debbono essere considerati nel presente e nel futuro. La stessa
concezione di una avanzata democratica verso il socialismo richiede, per
potersi attuare, che la classe operaia e le masse lavoratrici che aspirano a
trasformazioni socialiste riescano ad avere, nel campo della sovrastruttura
politica e anche nel campo governativo, un peso e una parte crescenti. Se non
si ottiene questo risultato, non è verso il socialismo che si avanza, ma in
direzione opposta. Per questo i dirigenti conservatori della Democrazia
cristiana hanno sin dall’inizio concepito il centro-sinistra come una manovra
di rottura nei confronti della classe operaia. Il loro obiettivo è di diminuire
il peso che hanno oggi in Italia le forze sociali e politiche che tendono al
socialismo, separandole le une dalle altre, eventualmente spingendole a una
lotta tra di loro. Dati, poi, i rapporti di forza oggi esistenti, è chiaro che
la loro azione non mira tanto a isolare dalla classe operaia e dalle masse
lavoratrici il nostro partito, obiettivo che è impossibile raggiungere, quanto
a isolare il partito socialista dal campo in cui lotta per il socialismo,
facendo di esso un puro strumento della loro azione di governo. E’ chiaro che
contro questo tentativo noi dobbiamo combattere, per evitare che si creino
fratture le quali facciano ostacolo alla avanzata verso il socialismo. Di qui
il valore attuale e il valore di prospettiva del problema che noi poniamo, del
rapporto tra i partiti politici che alla lotta per il socialismo non vogliano
rinunciare. Nel passato, già venne posto da noi, nello sviluppo del fronte
unico e del fronte popolare, il problema della unificazione politica. Le
condizioni e la situazione erano però molto diverse. Si pensò che tendessimo
soltanto a estendere, con un nuovo espediente, le posizioni nostre e a
risultati concreti non si giunse. Oggi le cose si presentano in circostanze
nuove e in modo nuovo. Si tratta di trovare, in queste circostanze, un sistema
di contatti e articolazioni particolari, tra forze le quali accettino una certa
base unitaria, pur avendo e conservando ciascuna una propria tradizione,
organizzazione e personalità. E’ facile a comprendersi che una base unitaria di
questa natura non può uscire dalle menti dei dirigenti di un solo partito. Essa
dovrebbe essere il risultato di una grande elaborazione, di principi e
politica, da compiersi a contatto e con la partecipazione diretta delle masse
lavoratrici stesse, degli operai e intellettuali di avanguardia, di tutti
coloro che sentono la necessità di contestare il processo di sviluppo
neocapitalistico, cioè il processo di rafforzamento del potere dei monopoli per
avviare, invece, il passaggio a una società fondata su principi nuovi. Le linee
della ricerca e della elaborazione sono molteplici. Tre se ne presentano a
prima vista. La prima riguarda i punti programmatici, le trasformazioni alle quali
si tende in una prospettiva più lontana e le misure di valore immediato e anche
urgente. La seconda riguarda il metodo. Non basta dire che si vuole avanzare
verso il socialismo per una via democratica, seguendo il metodo della
democrazia. Nella lotta per il socialismo e nella costruzione socialista la
classe operaia apporta molte cose nuove nello stesso sviluppo del metodo e
degli istituti democratici. La ricerca, in questa direzione, è appena iniziata.
Si presenta una folla di problemi, che investono le funzioni specifiche
delle organizzazioni della classe operaia e di tutte le classi lavoratrici;
riguardano il sindacato e l’affermarsi di un potere operaio nella fabbrica;
riguardano le associazioni contadine e il loro intervento per determinare gli sviluppi
della economia agricola; riguardano la vita e il coordinamento tra le cellule
dell’attività produttiva e il complesso dell’organismo sociale. Uno sterminato
campo di ricerca e di azione, e che è appena affrontato nei suoi termini
generali, per ora. Infine, si pongono i problemi specificamente organizzativi,
di rapporti reciproci interni ed esterni, di collaborazione e di unità nelle
sue varie forme possibili. Saremmo dei presuntuosi se per ognuno di questi
campi pretendessimo di essere senz’altro in grado di presentare delle
soluzioni. Ho già avuto occasione di affermare, e ripeto ora, che il problema
dell’unità politica delle forze che vogliono avanzare verso il socialismo non
lo poniamo, oggi, come problema di scelta, ma come problema di dibattito. Vorremmo
riuscire, impegnando la forza e la capacità del nostro partito, le quali sono
grandi soprattutto nei centri economicamente e socialmente decisivi, ad aprire
questo dibattito nelle fabbriche tra gli operai di diverse tendenze, nei campi,
nelle scuole, in un proficuo confronto e in una elaborazione comune con gruppi
di altri partiti, del partito socialista, di quello socialdemocratico, di
organizzazioni cattoliche. Non bisogna scoraggiarsi per la iniziale ripulsa,
che certo vi sarà, ma andare avanti, scavare più profondamente, con la
convinzione che vogliamo assolvere un compito di decisiva importanza per tutti
gli sviluppi futuri. Si sente oggi parlare di svolte storiche, periodi nuovi
che si aprono e così via. Io son sempre diffidente verso definizioni di questa
natura, che sono, spesso, l’espressione un po’ retorica di certi propositi, ma
non ancora di una realtà. Certo la situazione che oggi affrontiamo è per molti
aspetti nuova. La manovra ritardatrice e conservatrice del vecchio ceto
dirigente è in pieno sviluppo. La lotta che noi proponiamo, per affrontare il
problema della unità politica della classe operaia e delle forze socialiste,
può essere un grande contributo per spingere questa manovra, com’è necessario,
al fallimento e più speditamente far avanzare il nostro paese, per una via
democratica, verso il socialismo.
INDOVINA L’ INDOVINELLO
DA CHI E IN CHE ANNO
E’ STATO FATTO QUESTO INTERVENTO?
DA CHI E IN CHE ANNO
E’ STATO FATTO QUESTO INTERVENTO?
Commenti
Posta un commento