LA GENESI DEL CAPITALISMO
La genesi del capitalismo
(Meditazione su: I nipoti domanderanno cosa vuol dire “capitalista”. Parte tratta dal poema “Vladimir Ilic Lenin. Al partito comunista russo” di Vladimir Majakovskij).
I nipoti domanderanno cosa vuol dire “capitalista”, come adesso i nostri bambini voglion sapere cosa significhi la parola “gendarme”. Ecco, io scriverò in una pagina, per i nostri nipoti, la genesi del capitalismo. Nei suoi giovani anni, un qualsiasi intraprendente ragazzo era il capitalismo; primo nella fabbrica, non aveva timore che il lavoro gli insudiciasse la camicia. Il feudale colletto ricamato gli andava davvero troppo stretto, si azzuffò non peggio di come oggi ci si azzuffi. Nella sua primavera il capitalismo fiorì di rivoluzioni e persino intonò la Marsigliese nelle strade. Creò la macchina e gli uomini che insieme la fecero andare. Senza tregue moltiplicò nel mondo la gente operaia e con aquile e corone si divorò in un boccone i regni e i principati. Ma più tardi, come la biblica vacca, si accovacciò, come un bue che si lecca: la lingua fu il parlamento. Gli pesavano gli anni, l’acciaio dei suoi muscoli infiacchì e col passare del tempo, divenne gonfio e deforme, simile ai suoi grossi registri di contabilità. Innalzò splendenti palagi e più d’un artista strisciò su quei muri… Pavimenti stile impero, soffitti rococò, pareti Luigi XIV, quatorze… E tutto intorno la polizia faccia-di-culo. E’ sorda l’anima ai canti e ai colori, come le mucche lo sono ai fiori in mezzo al prato. Etica, estetica e simile roba non sono per lui che donne di servizio. L’inferno e il paradiso gli appartengono, alle bigotte vende i buchi che han fatto i chiodi sulla croce di Nostro Signore o magari la coda dello Spirito Santo. Così il capitalismo sopravvive. Ora per lui lavora lo schiavo. Sfruttando, mangiando, dormendo, s’è fatto grasso e animoso. Ma già si dissecca e giace traverso sul cammino della storia, facendo del mondo il suo letto. Non è possibile evitarlo, non è possibile girargli a lato. L’unica via d’uscita è quella di farlo saltare. Ah, lo so! Il poeta lirico farà una smorfia amaramente e il critico impugnerà la frusta facendola sibilare: “Ma dov’è l’anima? Dov’è la poesia? Questa è solo retorica o giornalismo”. Lo so, “capitalismo” non è una parola elegante, ha un suono più dolce “usignuolo”, ma io non mi arrendo per così poco. Io lancio il mio verso come una parola d’ordine e di lotta, una parola d’agitazione. Certo, un giorno io scriverò di questo e di quello, ma oggi non è tempo per fiabe d’amore. Oggi, tutto il vigore del mio canto lo dono a te, classe all’attacco, proletariato! Che suono stridente ha questa parola per chi non è che inferno il comunismo, ma per noi questa parola è musica profonda che risveglia i morti dalla lotta.
-Renzo Mazzetti- (Domenica 27 Settembre 2026 h.08,44)
vedi: Orsini gran scrittore-Renzo Mazzetti- (Martedì 8 Settembre 2026 h.06,26)
vedi: IL VANGELO DEL POPOLO di Alphonse Esquiros.
categoria: fantascienza, filosofia, ironia, poesia, dimenticanze tra le righe.

Commenti
Posta un commento