LA RESISTENZA DELLE TRUPPE ITALIANE

LA RESISTENZA DELLE TRUPPE ITALIANE

(Meditazione su: "La Resistenza delle truppe italiane. L'eccidio di Cefalonia" in "La Resistenza italiana. Lineamenti di storia" di Roberto Battaglia e Giuseppe Garritano. L'Unità - Editori Riuniti, 1974).

Nei primi giorni di settembre lo stato maggiore dell'esercito aveva diramato ai comandanti delle truppe in Italia e all'estero la famosa "Memoria 44 OP", nella quale si prospettava la necessità di combattere contro i tedeschi: ma aveva pure subordinato l'attuazione di tale direttiva a un telegramma successivo, ("Attuare Memoria 44 ordine pubblico") che non fu più spedito si dice per non provocare la reazione tedesca e facilitare la fuga del re da Roma. Abbandonato dal re, "capo supremo delle Forze Armate", privo di ordini precisi, privo (salvo alcune gloriose eccezioni) di comandanti capaci di sostituirsi, assumendo su di sé tutte le responsabilità, al Comando supremo (e come farne colpa a loro, se il fascismo aveva instaurato il principio della disciplina "cieca e assoluta" ? ), l'esercito italiano andò incontro al completo sfacelo. Pure, in questo stesso momento in cui sembrava che a ufficiali e soldati, dietro l'esempio del "capo supremo delle Forze Armate", non rimanesse altro che abbandonare armi e divise e correre verso le proprie case (quanti reggimenti furono disarmati e sciolti da pochi tedeschi!), proprio nello stesso momento in cui l'esercito, così abbandonato a se stesso, era preda del nemico e più della disperazione, vi furono episodi in cui rifulsero (sia detto senza retorica, senza retorica degli imbelli che si compiacciono della morte altrui) l'eroismo, lo spirito di abnegazione e di sacrificio degli ufficiali e dei soldati italiani.

Mentre a Milano e a Torino, le due principali città del Nord, le città industriali e operaie, i generali Ruggero e Adami-Rossi consegnano la città e le armi ai tedeschi dopo aver respinto ogni intesa con le forze antifasciste, a Salerno invece il generale Ferrante Gonzaga, in cui sembra raccogliersi la migliore eredità di un antico sangue nobiliare, si fa uccidere dai tedeschi piuttosto che impartire ai suoi uomini l'ordine della resa. A Piombino, soldati, marinai e civili, di fronte alla minaccia di uno sbarco di forze tedesche provenienti dalla Corsica, si gettano sulle batterie costiere e respingono l'attacco con gravi perdite per il nemico. In Piemonte il generale Vercellino cerca invano di salvare la IV Armata dall'attacco concentrico dei tedeschi. In Sardegna il generale Basso, pur disponendo di forze superiori, non blocca i tedeschi, che possono passare in Corsica, dopo essere stati però battuti alla Maddalena, e in altre località per iniziativa di ufficiali, soldati e civili. In Corsica però le nostre divisioni "Cremona" e "Friuli", conservando i loro effettivi e il loro ordinamento, insieme alle truppe francesi, attaccano il forte presidio germanico, rinforzato dalle truppe riparate dalla Sardegna, vincendone l'accanita resistenza dopo aver perduto tremila uomini tra morti e feriti. Il generale Magli, comandante delle nostre truppe in Corsica è l'unico generale d'armata ad applicare la "Memoria 44 OP" e a fare il suo dovere di ufficiale elevato di grado.

Una pagina gloriosa scrive in quei giorni la nostra marina, quella tra le nostre Forze Armate che indubbiamente era stata in minor misura intaccata dal tarlo fascista. Con movimento sincrono le navi da guerra italiane salpano dai vari porti militari per Malta, inseguite rabbiosamente dagli aerei tedeschi, che al largo della Maddalena riescono a raggiungere la "Roma", affondandola. L'ammiraglio Bergamini e millecinquecento uomini dell'equipaggio muoiono al loro posto di combattimento. Nell'Egeo l'ammiraglio Mascherpa, comandante del presidio di Lero, resiste per oltre cinquanta giorni agli assalti tedeschi (egli sarà poi fucilato insieme all'ammiraglio Campioni dai nazifascisti), e così resistono gli altri presidi del Dodecanneso, abbandonati alla loro sorte da Eisenhower, tutto preoccupato dell'andamento dello sbarco a Salerno. A Corfù la resistenza è comandata dal colonnello Lusignani, che si batte a fianco dei partigiani greci per più giorni, finché è preso prigioniero dai tedeschi e fucilato.

Ma l'episodio che più rispecchia la tragica situazione del nostro esercito e in cui si rivela il suo disperato eroismo, è quello di Cefalonia. Qui lo slancio degli ufficiali e delle truppe fa fallire le trattative di resa già iniziate dagli alti comandi. Si risponde ai tedeschi, che vogliono impadronirsi delle nostre artiglierie, con il combattimento. Nella notte dal 13 al 14 tra i soldati e gli ufficiali della divisione "Acqui" si svolge un plebiscito: e il plebiscito è per la guerra al tedesco. Si pensa con tristezza, di fronte a questa diretta manifestazione della volontà dei soldati in una piccola isola dello Jonio, a quel che avrebbe potuto fare il nostro esercito se fosse stato mantenuto compatto e fosse stato ben guidato: ma ciò evidentemente non era nelle capacità né forse nelle intenzioni del re e del suo governo.

L'eroico comportamento delle nostre truppe scatenò contro di loro tutta la rabbia tedesca. Stretti dal mare e dall'aria (per sette giorni consecutivi gli stukas danzarono su Cefalonia il loro spaventoso carosello di morte), inferiori per mezzi e per armamenti, i nostri soldati vengono massacrati a migliaia. I tedeschi non fanno prigionieri. Morti in combattimento o fucilati in massa, 8.400 italiani lasciano la vita in queste giornate di settembre a Cefalonia, ammonimento solenne del valore sfortunato ma grande del soldato italiano, contro chi, dopo averlo gettato allo sbaraglio volle attribuire ad esso le cause della sconfitta.

Diversa fu la sorte delle nostre truppe in Balcania, a seconda delle diverse situazioni. In Grecia alcune nostre unità passarono, agli ordini del generale Infante, a combattere in formazioni unitarie a fianco dei partigiani dell'ELAS, salvo poi a dissolversi, dopo la partenza del generale Infante richiamato in Italia, per le discordie interne del movimento partigiano ellenico e soprattutto per le mene delle missioni militari inglesi.

In Albania, invece, il Comando gruppo armate Est, dopo aver stipulato un accordo con i tedeschi per un disarmo parziale, annullato questo dai tedeschi, ne accettò uno peggiore, in virtù del quale i nostri soldati dovevano avviarsi a marce forzate verso le stazioni bulgare e greche per essere imbarcate sui treni che li avrebbero condotti alla deportazione in Germania. Solo la divisione "Brennero" riuscì a salvarsi, reimbarcandosi per l'Italia, la "Puglie" e la "Parma" si dissolsero, la "Perugia" fu tratta con l'inganno (promessa di reimbarco) dai tedeschi sulla costa tra Porto Palermo e Santi Quaranta, e qui centosessanta ufficiali superstiti, tra cui il comandante la divisione, generale Chiminiello, furono fucilati.

La divisione "Firenze" fu tra quelle che più resistettero ai tedeschi. Il suo comandante, generale Azzi, in un proclama alle truppe, il 21 settembre, dichiarava di respingere l'ordine di resa e lasciava liberi ufficiali e soldati di scegliere tra "la prigionia e la lotta". Tutti (duecento ufficiali e più di diecimila soldati con alla testa il generale Piccini, comandante la fanteria divisionale) si dichiararono pronti a combattere, e per tre giorni si batterono contro forze superiori, finché dovettero ripiegare (battaglia di Kruja). In seguito passarono a combattere con i partigiani albanesi, formando fra l'altro il battaglione "Antonio Gramsci" al comando del sottufficiale Terzilio Cardinali. Anche nel Montenegro e in Dalmazia le nostre divisioni rifiutano la resa e combattono contro i tedeschi. A Zara partigiani slavi e reparti della "Bergamo" difendono la città fino al 27 settembre (sopraffatta la resistenza i tedeschi fucilano i generali Cigala Fulgosi, Pelligra, Policardi e quarantasei ufficiali). A Ragusa il generale Amico, comandante della "Marche", arrestato dai tedeschi e inviato presso le truppe per invitarle a capitolare, preferisce morire in combattimento piuttosto che esortare i suoi alla resa. Presso la stessa città resiste quattro giorni la "Messina", mentre a Spalato con trecentocinquanta uomini, tra cui duecento ex carabinieri, si forma il primo battaglione "Garibaldi".

Nel Montenegro si dissolveva la "Ferrara", ma l'"Emilia" riusciva a liberarsi dai tedeschi e a imbarcarsi alle Bocche di Cattaro; la "Venezia" e la "Taurinense" prendevano accordi coi partigiani slavi e combattevano contro i tedeschi che si accanirono rabbiosamente contro di esse, decimandole. Il 2 dicembre 1943 i reparti rimasti delle due divisioni si fusero, dando vita alla divisione "Garibaldi" (ormai divisione partigiana). Un'altra divisione doveva sorgere in seguito in Jugoslavia dalla fusione del già citato primo battaglione "Garibaldi" e del battaglione "Matteotti": la divisione "Italia".

Non diverso è l'atteggiamento delle nostre truppe ai confini occidentali. In Francia i soldati della IV Armata, tra i quali la Resistenza era stata notevolmente attiva (circa 80 militari furono processati e arrestati per propaganda antifascista), alla notizia dell'armistizio fraternizzano con la popolazione al grido di "Viva la pace!", "Viva l'amicizia franco-italiana!" e si rifiutano di arrendersi ai tedeschi e di darsi loro prigionieri. Ad Avignone 10 soldati pagano con la vita questo rifiuto. A Gap, nel dipartimento delle Alte Alpi, soldati e ufficiali resistono nelle caserme all'assedio tedesco, finché esaurite le munizioni, sono costretti ad arrendersi. Il nemico, ammirato del loro valore, è indotto a concedere loro l'onore delle armi.

Dei soldati della IV Armata pochissimi si arruolano coi tedeschi, molti entrano nel "maquis", e qui combattono con le FFI (Forces Francaises de l'Interieur: movimento d'ispirazione gollista) e con i FTP (Franc Tireurs et Partisans: d'ispirazione comunista), nell'Isère, nelle Basse Alpi, nelle Alpi Marittime, nel Var e nell'Alta e Bassa Savoia, dove nella primavera del 1944 si batteranno contro la milizia fascista di Darnand.

Queste prove di dignità, di fierezza e di coraggio che i nostri soldati, anche nello sbandamento derivante dall'assenza di ordini degli alti comandi, e a volte nonostante gli ordini e i patti di resa da questi sanciti, seppero dare in quei tristi giorni e nei mesi che seguirono, lontani dalla loro patria e dalle loro case.

Ma forse ancora più grande, perché più oscura e sofferta, la prova data dai nostri soldati deportati in Germania, che furono ben 615.000. Di essi 30.000 morirono in prigionia. I tedeschi promisero libertà a coloro che si fossero arruolati nelle forze della repubblica di Salò: solo l'1,03 % dei prigionieri accettò l'offerta. Questa è indubbiamente una delle prove più esemplari della condanna senza appello che il popolo italiano aveva decretato verso la pseudo-repubblica nazifascista.

-Renzo Mazzetti- (Lunedì 7 Ottobre 2024 h.12,13)

VEDI: ALLA SCUOLA NORMALE SUPERIORE

ANTIFASCISMO

A PROPOSITO DELLA SENTENZA DI VIA RASELLA
(Martedì, 4 agosto 2009)

La vigilanza democratica antifascista deve essere tenuta ben alta. Che fine ha fatto il disegno di legge n.1360 che equipara il milite di Salò al partigiano e al militare che non collaborarono con l’occupante nazista? I democratici di ogni schieramento devono esigere il ritiro di tale legge ( se questo non è ancora avvenuto ) perché dal 25 aprile più non se ne parla? In quella occasione pubblicai la seguente poesia.

IGNOMINIA
Lo straniero non sapeva tutto
di quei monti e di quelle colline
non sapeva tutto di quelle pianure.
Lo straniero si smarriva
nei labirinti dei centri antichi
non trovava gli sperduti paesini.
Lo straniero non conosceva quel sentiero
né il sicuro nascondiglio
dove bambini giocarono e ragazzi si uccisero.
Il fascio littorio
Salò e le camicie nere
furono barbarie e distruzione.
Antigone salvò quei neri cadaveri
dalla furia dei perseguitati assassinati
nell’aldilà dove non si perdona.
L’eterna oscurità detenga le spie
e i servitori dei tiranni dannati
nell’infernale pozzo dei traditori.
Nessun civile perdono sia concesso
al morto non uguale al morto
solo rigoroso ricordo.
Ancora sanguinano innocenti ferite
E cumuli di coscienze tremanti
testimonianze perenni
per non ricadere nell’ignominia.
-Renzo Mazzetti-

VEDI: SEVERO ESPOSTO (RACCOLTA DI FOTO POESIE)

categoria: fantascienza, filosofia, ironia, poesia, dimenticanze tra le righe.



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