VUOTACESSI ATTUALE
VUOTACESSI ATTUALE
(Meditazione su: A piena voce -Prima introduzione al poema- di Vladimir Majakovskij)
Cari compagni posteri! Rimestando nella merda impietrita di oggi, scrutando le tenebre dei nostri giorni, voi, forse, domanderete anche di me. E forse affermerà il vostro dotto, coprendo con l’erudizione lo sciame delle domande, che, pare, ci sia stato un certo cantore dell’acqua bollita, nemico inveterato dell’acqua naturale. Professore, si tolga gli occhiali-biciclo! Io stesso racconterò del tempo e di me. Io, vuotacessi e acquaiolo, mobilitato e chiamato dalla rivoluzione, andai al fronte dai parchi nobiliari della poesia: donnetta capricciosa. Leggiadro coltivava il giardino; la figlia, la villa, il lago e la quiete. “Da me ho piantato il giardino, lo annaffierò da me”. Chi spande versi dall’innaffiatoio, chi li spruzza a bocca piena, ricciuti Mitreiki, saputi Kudreiki, chi diavolo la sbroglierà con loro! Per l’alluvione non c’è quarantena, e smandolinano sotto le mura: “Tara-tina, tara-tina, t-en-n…”. Non è grande onore che da queste rose si levino le mie statue nei giardinetti dove scatarra la tisi, dove sta la puttana col teppista e la sifilide. Per me di aghitpròp ne ho avuto fino al collo, per me, imbastire per voi romanze sarebbe stato più redditizio e allettante. Ma io mi domandavo, mettendomi sulla gola della mia canzone. Ascoltate, compagni posteri, l’agitatore e lo strillone. Coprendo le fiumane di poesia, scavalcherò i volumetti lirici e come un vivo parlerò ai vivi. Verrò a voi nella lontananza comunista non come un canoro vate-paladino eseniniano. Giungerà il mio verso sopra i crinali dei secoli, sopra le teste di poeti e di governi. Giungerà il mio verso, ma non così, non come uno strale in una caccia di cupidi e lire, non come giunge la luce delle stelle spente. Il mio verso a fatica squarcerà la mole degli anni e apparirà pesante, ruvido, tangibile, come ai nostri giorni è giunto l’acquedotto, costruito dagli schiavi di Roma. Nei tumuli dei libri, sepolcri di poesia, scoprendo per caso le schegge di ferro dei versi, voi con rispetto le toccherete come un’arma antica ma terribile. Non sono avvezzo a carezzare l’orecchio con la parola, e tra i ricci l’orecchio della fanciulla non arrossirà, sfiorato da frasi scurrili. Dispiegati in parata gli eserciti delle mie pagine, passo in rassegna il fronte delle righe. Stanno i versi, con pesantezza di piombo, pronti alla morte e alla gloria immortale. I poemi si sono irrigiditi in fila compatta, puntando le bocche di fuoco dei titoli spalancati. Arma di tutte più amata, pronta a slanciarsi in un grido, sta raggelata la cavalleria delle arguzie, levando le lance appuntite delle rime. Tutti questi reparti armati fino ai denti, che per vent’anni sono passati di vittoria in vittoria, fino all’ultimissimo foglietto, io li consegno a te, proletario del nostro pianeta. Ogni nemico dell’immensa classe operaia è anche il mio vecchio acerrimo nemico. Di marciare ci ordinarono sotto la bandiera rossa gli anni della fatica e i giorni della fame. Ogni volume di Marx l’aprivamo, come in casa propria si aprono le imposte, ma anche senza leggerli capivamo dove andare, in quale campo combattere. Noi la dialettica non l’imparammo da Hegel. Col fragore delle battaglie irrompeva il verso, quando sotto i proiettili dinanzi a noi fuggivano i borghesi, come una volta noi davanti a loro. Dietro i geni, vedova sconsolata, si trascini la gloria nella marcia funebre, ma tu muori, mio verso, muori come un soldato, come anonimi morivano i nostri negli assalti! Me ne infischio dei bronzi massicci, me ne infischio del muco marmoreo! Accordiamoci pure sulla gloria, tanto siamo tra noi, ma ci sia monumento comune il socialismo edificato nelle battaglie. Poteri, verificate le boe dei dizionari: dal Lete affioreranno residui di parole come “prostituzione”, “tubercolosi”, “blocco”. Per voi, che siete agili e robusti il poeta ha leccato gli sputi della tisi con la ruvida lingua del manifesto. Con la coda degli anni io prenderò l’aspetto dei mostruosi fossili caudati. Compagna vita, dai, acceleriamo il passo dei giorni che restano nel piano quinquennale! Nemmeno un rublo i versi m’hanno messo da parte, gli ebanisti non m’hanno arredato la casa. E tranne una camicia lavata di fresco in tutta coscienza dirò che non mi occorre altro. Presentandomi alla Commissione centrale di controllo dei luminosi anni futuri, sopra la banda dei ladri poetici e scrocconi io leverò come una tessera bolscevica tutti i cento volumi dei miei libri di partito.
-Renzo Mazzetti- (Venerdì 8 Dicembre 2023 h.16,54)
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-Renzo Mazzetti- (Venerdì 8 Dicembre 2023)
categoria: fantascienza, filosofia, ironia, poesia, dimenticanze tra le righe.
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