PRODURRE SENZA INQUINARE
lunedì, 1 aprile 2019
La concia delle pelli con i suoi effetti inquinanti sul territorio e nel mare, ha scritto una storia in cui i protagonisti sono l’inquinamento e le lotte per combatterlo. Le aziende conciarie sorsero senza vincoli ambientali, scaricavano le proprie acque inquinanti nelle fosse e nei canali che portavano le acque nell’Arno fino al mare. C’era consenso fra le parti sociali e la lotta sindacale era soltanto per i salari e il contratto locale e nazionale. Le lavorazioni conciarie non avevano subito nessun ostacolo e gli imprenditori erano soddisfatti per i profitti e i lavoratori godevano delle paghe più alte, delle 40 ore, della riduzione del periodo dell’apprendistato. Una grande rottura si verificò nel 1953 con lo sciopero a oltranza per tre mesi. Già prima dell’entrata in vigore della legge Merli, aveva iniziato ad affermarsi una coscienza ambientalista che contrastava con il tipo di lavorazione senza regole della conceria. Il consenso acritico allo sviluppo dell’attività ebbe termine con la presa di coscienza che, per la produzione conciaria e per la ricchezza, non si poteva più pagare con la salute e con il libero inquinamento. In particolare, dal 1970, la lotta contro l’inquinamento ebbe un salto di qualità sintetizzata nella parola d’ordine: “Produrre senza inquinare” per sviluppare, con la geniale strategia, una salubre attività conciaria e, nel contempo, difendere la salute dei lavoratori, delle popolazioni e dell’ambiente. (Meditazione su: “Produrre senza inquinare” di Adrio Puccini sindaco del Comune di Santa Croce sull’Arno).
NUOVA CANZONE Morente di fame, morente di freddo, il popolo spogliato di ogni diritto, sottovoce ti disperi. Intanto il ricco sfacciato, un tempo risparmiato dalla tua bontà, ad alta voce si consola. Colmi d’oro, senza affanni, preoccupazioni e lavori, uomini nuovi s’impadroniscono dell’arnia: e tu, popolo che lavori, mangi e digerisci, se puoi, del ferro, come lo struzzo. Evoca l’ombra dei Gracchi, dei Publicola, dei Bruto; ch’essi ti siano d’incitamento! Tribuno coraggioso, affrettati, noi t’attendiamo: stendi la legge della sacra uguaglianza. Sì, tribuno, bisogna finirla, che i tuoi pennelli facciano impallidire Lussemburgo e Verona. Il regno dell’uguaglianza, nella sua semplicità, non vuole né pennacchi né troni! Certo; un milione di doviziosi da troppo lungo tempo costringe il popolo a raccogliere le ghiande: Noi, nei sobborghi, non vogliamo né gli insorti del Lussemburgo né quelli della Vandea. O voi, macchine da leggi, gettate nel fuoco, senza rincrescimento, tutti i vostri piani finanziari. Poveri di spirito, ah! Basta: l’uguaglianza, senza di voi, sarà in grado di far rivivere l’abbondanza. Il Direttorio esecutivo, grazie al diritto degli scrivani, ci proibisce di scrivere: non scriviamo; ma che ciascuno, sottovoce, fraternamente cospiri per la comune felicità. Un doppio consiglio senza talenti, cinque direttori sempre tremanti al nome soltanto d’una picca: il soldato lisciato, accarezzato, e il democratico schiacciato: ecco la repubblica. Ahimè stremati, fieri compagni del buon popolo, vincitori dei re, soldati coperti di gloria! Ahimè non vi si riconosce più. E che? Sareste forse divenuti le guardie del pretorio? Il popolo e i soldati uniti hanno pur saputo ridurre in rovine il trono e la Bastiglia: tiranni nuovi, uomini di Stato, abbiate timore del popolo e dei soldati, riuniti in famiglia. Io sono certo, che la prigione sarà il prezzo del mio canto; e questo m’addolora; il popolo lo imparerà a memoria, forse ne benedirà l’autore; ed è questo che mi consola. -Silvain Marechal-
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