LABBRUCCI
venerdì, 9 settembre 2011
LABBRUCCI
Arrivammo in Firenze, vi si fece soggiorno un mese; e là
pure, sforzato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la
Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea,
senza nessun senso del bello; massime in pittura; gli occhi miei essendo molto
ottusi ai colori: se nulla gustava un po’ più era la scultura, e l’architettura
anche più; forse era in me una reminiscenza del mio ottimo zio, l’architetto.
La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi
fermassero: e su la memoria di quell’uomo di tanta fama feci una qualche
riflessione: e fin da quel punto sentii fortemente, che non riuscivano
veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciata alcuna
cosa stabile fatta da loro. Ma una tal riflessione isolata in mezzo a
quell’immensa dissipazione di mente nella quale io viveva continuamente, veniva
ad essere per l’appunto come si suol dire, una goccia di acqua nel mare. Fra le
tante mie giovenili storture, di cui mi toccherà di arrossire in eterno, non
annovererò certamente come l’ultima quella di essermi messo in Firenze ad
imparare la lingua inglese, nel breve soggiorno di un mese ch’io vi feci, da un
maestruccio inglese che v’era capitato; in vece di imparare dal vivo esempio
dei beati toscani a spiegarmi almeno senza barbarie nella loro divina lingua,
ch’io balbettante stroppiava, ogni qual volta me ne doveva prevalere. E perciò
sfuggiva di parlarla, il più che poteva: stante che la vergogna di non saperla
potea pur qualche cosa in me; ma vi potea pure assai meno che la
infingardaggine del non volerla imparare. Con tutto ciò, io mi era subito
ripurgata la pronunzia di quel nostro orribile U lombardo, o francese, che
sempre mi era spiaciuto moltissimo per quella sua magra articolazione, e per
quella boccuccia che fanno le labbra di chi lo pronunzia, somiglianti in quell’atto
moltissimo a quella risibile smorfia che fanno le scimmie, allorché favellano.
E ancora adesso, benché di codesto U, da cinque e più anni ch’io sto in Francia
ne abbia pieni e foderati gli orecchi, pure egli mi fa ridere ogni volta che ci
bado; e massime nella recita teatrale, o camerale (che qui la recita è
perpetua), dove sempre fra questi labbrucci contratti che paiono sempre
soffiare su la minestra bollente, campeggia principalmente la parola Nature. In
tal guisa io in Firenze, perdendo il mio tempo, poco vedendo, e nulla
imparando, presto tediandomivi, rispronai l’antico nostro mentore, e si partì
il dì primo dicembre. (meditazione su: Primo viaggio di Vittorio Alfieri).
R I V I V E P E
R L E N O S T R E M A N I
La materia
rubata all’utilità dell’armonia
dal suo essere nel voler essere
con altre materie nell’ambiente naturale
appare alla superficie
per un’arte che il silenzio-chiasso
del tempo secco o piovoso,
ventoso, assolato o nuvoloso
vede la montagna, la ghiaia, la sabbia,
la terra, l’albero, l’acqua,
gli animali, l’uomo e la donna.
L’uomo e la donna:
materie e spiritualità,
istinti e sentimenti,
cervelli e pensieri;
intelligenze da decenni costruite
nelle esperienze tramandate
ricercate, scoperte e studiate
costruiscono facendo rivivere.
Ed ecco il lavoro
l’arte più valida
dal potente sfruttata
nel dare ricchezza solo alla ricchezza
nel dare fatica e alienazione
e morte per sopravvivere
all’uomo e alla donna poveri
semplici artisti inconsapevoli.
Non è forse arte
arte sfruttata viva
quando il minatore estrae,
il siderurgico cola,
il metallurgico modella,
il metalmeccanico costruisce?
E muove, ferma, riparte.
L’artista genio
dal blocco di marmo
con scalpello e mazzuolo
liberò un angelo!
-Renzo Mazzetti-
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