SAPERE

 

sabato, 5 marzo 2011

SAPERE

Per quanto riguarda la scrittura il dio Theut affermò che avrebbe reso gli egiziani più sapienti e più atti a ricordare, perché questo trovato è un rimedio giovevole alla memoria e alla dottrina. Il re disse: << O artificiosissimo Theut, altri è abile a generare le arti, altri a giudicare qual vantaggio o qual danno può derivarne a chi sarà per servirsene. Ed ora tu, come padre delle lettere, nella tua benevolenza per loro hai affermato il contrario di ciò che possono. Esse infatti, col dispensare dall’esercizio della memoria, produrranno l’oblio nell’anima di coloro che le abbiano apprese, come quelli che, confidando nella scrittura, ricorderanno per via di questi segni esteriori, non da sé, per un loro sforzo interiore. Tu dunque hai trovato un rimedio giovevole non già alla memoria, ma alla reminiscenza. E d’altro lato tu offri ai discenti l’apparenza, non la verità della sapienza, perché quando essi, mercé tua, avranno letto cose senz’alcun insegnamento, si crederanno in possesso di molte cognizioni, pure avendo un gran fondo d’ignoranza, e saranno insopportabili nei rapporti sociali,  perché  possederanno  non la  sapienza,  ma  la presunzione della sapienza >>. La scrittura uccide il pensiero, la filosofia vivente, l’idea che non si lascia mai imprigionare in un discorso, dato che il discorso è composto di elementi tratti dal mondo del divenire e soggetti alle leggi della distruzione e del tempo. L’idea è sempre oltre il sensibile. I discorsi sono mezzi per ricordare l’idea, non hanno il valore di verità ma solo quello di vie che ci conducono alla verità. Ognuno di noi può scoprire in se stesso l’intera totalità cosmica del mondo ideale ed a contatto di essa rinnovare perpetuamente, attraverso l’esercizio dialettico, la propria vita spirituale. Per questo il nostro imparare non è mai un imparare dall’esterno, dai discorsi scritti, per quanto perfetti, i quali, senza il contatto con l’idea vivente, sono lettera morta. L’imparare non è dunque sterile trasmissione dall’esterno per cui ci si può impossessare di un pensiero come di una cosa, ma un continuo ed intimo ricercare, un colloquio dell’anima con se stessa, un apprendere sempre più profondo e più intimo, una ricerca all’interno per cui, nell’intimo del nostro pensiero, sempre più scopriamo ed intensamente viviamo la razionalità e la perfezione dell’idea. Il discorso, legato al divenire, e l’idea solo viva nell’essere. Il pensiero è qualcosa di vivente, mai qualcosa di vissuto e di concluso. E’ un movimento dialettico suscitatore di vita, profondamente educatore, poiché non si può imparare belle e fatto da un manuale, ma ognuno di noi deve farselo, viverlo. E vivendolo ognuno di noi si trova con gli altri, in una libera comunità. Così il sapere può diventare formazione dell’umanità. (meditazione su Fedro di Platone).

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 IDEE
 Il peso di questa aria
 sostiene le idee
 che vivono cibandosi di menti.
 Rimangono crani vuoti
 e le idee volano da altri crani
 cibandosi di altre nuove sostanze.
 Le menti vuote
 dondolano dentro ai crani vuoti
 e le idee rimangono sospese, appesantite.
 Delle bocche si aprono
 mangiano queste idee
 e gli stomachi si gonfiano
 ma i crani rimangono vuoti.
 Dei pupazzi
 si vanno a poco a poco formando
 mentre le idee si moltiplicano
 vivendo staccate dalle menti
 che cercano invano di afferrare.
 Le pupille degli occhi
 sono formate
 da innumerevoli puntini luminosi
 che si confondono con altri puntini
 sostenuti dal peso di questa aria.
 -Renzo Mazzetti-
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