VESSILLO DI SATANA
domenica, 13 giugno 2010
VESSILLO DI SATANA
Questa volta vogliamo parlare del pensiero e dell’attività
di Garibaldi di fronte alla democrazia ed al movimento operaio. Se, infatti,
egli lottò sempre col popolo e per il popolo, fece egli, forse, tutto ciò
inconsciamente? No, egli nutriva nel suo cuore delle idee molto chiare e
precise, anche se molto semplici. Egli comprendeva che non vi poteva essere per
il popolo italiano e per tutti i popoli, una vita migliore senza la
indipendenza, la libertà e la democrazia. Queste erano le idee fondamentali
della parte migliore del nostro popolo ed erano anche le idee di Garibaldi,
che, allora, rappresentava l’unità delle classi popolari. Appunto per questo
egli fu odiato dai ceti dirigenti clericali e monarchici, nemici acerrimi
d’ogni sia pur minima forma di emancipazione degli umili e degli sfruttati.
Quando, dopo il 1860, molti repubblicani diventarono, o si avviarono a
diventare, monarchici, Garibaldi riaffermò la sua fede repubblicana e fu nella
Camera e nel paese il capo del Partito d’Azione, espressione delle correnti democratiche
e popolari. Fu contro Cavour, nel 1861, quando il Governo monarchico escluse
dall’esercito i partigiani garibaldini e si accinse a disconoscere e svalutare
i servizi da esse resi alla Patria. Tutti gli insulti, tutte le peggiori
ignominie furono vomitate dai clericali contro Garibaldi e i garibaldini. Pio
IX, nell’Enciclica Levate in circuitu oculos del 17 ottobre 1867, si esprimeva
in tal modo: Quelle molteplici falangi che, camminando nell’empietà, militano
sotto il vessillo di Satana, su cui sta scritto menzogna e che, intitolandosi
dalla ribellione e ponendo la loro bocca in cielo, bestemmiano Dio, contaminano
e disprezzano ogni sacra cosa, e conculcato ogni diritto divino ed umano, a
guisa di lupi rapaci anelano alla preda, spargono il sangue e perdono le anime
coi loro scandali gravissimi e cercano nei midi più ingiusti di far guadagni
colla loro malizia, rapiscono violentemente l’altrui, contristano il povero e
il debole, aumentano il numero delle misere vedove e degli orfani, accattando doni,
perdonano agli empi, mentre negano giustizia all’uomo giusto e lo spogliano; e,
corrotti di cuore, si adoprano a soddisfare turpemente tutte le loro prave
passioni, col massimo danno della società civile… Un’oscena canzone clericale
del tempo così definisce Garibaldi:
Nefando corsaro,
brigante dei mille.
L’opinione del papa e dei clericali era sostanzialmente
condivisa, anche se non così chiaramente espressa, da tutti i ricchi borghesi
conservatori, specialmente quando Garibaldi, conquistata ormai l’unità e
l’indipendenza per il popolo italiano, incominciò a preoccuparsi della sorte
dei lavoratori e dimostrò chiaramente le sue simpatie per il socialismo. Quando
si parla di Garibaldi socialista non si dive,, certo, intendere socialista nel
senso moderno, marxista, della parola ma secondo i principi del sansimonismo
che egli aveva nutrito da giovane.
GARIBALDI E IL SOCIALISMO
Idealità socialiste, infatti, egli aveva nutrito fin dal
1832, da quando, navigando per il Levante, incontrò a bordo della sua nave
alcuni sansimoniani esuli dalla Francia e diretti in Oriente. Uno di essi, il
Barrault, discusse lungamente col giovane marinaio nizzardo non solo le
questioni di nazionalità, ma anche la grande questione dell’umanità. Garibaldi
ne ritrasse quell’ampio spirito umanitario e quel profondo senso di giustizia
sociale, che ne caratterizzarono sempre la vita. Finché durò la lotta per la
liberazione d’Italia egli capì che era necessario mantenere contro gli
oppressori stranieri e clericali l’accordo di tutti i ceti sociali, non
assolutamente reazionari, fare, cioè, una politica di unità nazionale. Per
questa ragione dovette molte volte chinare il capo dinanzi alla volontà di
uomini che non stimava. Ma dopo il 1870 il suo atteggiamento divenne più
decisamente favorevole al socialismo. Gli storici reazionari, per raggiungere
gli scopi della politica anti-democratica delle classi dirigenti italiane di
oggi, negano il socialismo di Garibaldi, perché egli non fu mai iscritto a un
partito (che in Italia non v’era) e non conobbe la dottrina marxista. Ma i
socialisti di questo genere, in quell’epoca, si contavano sulla punta delle
dita. Garibaldi invece aderì con tutto il cuore alla lotta iniziata dai reparti
d’avanguardia della classe operaia e dichiarò, ad esempio, la propria completa
solidarietà con la Comune di Parigi e con la Prima Internazionale. Io sono con
voi per la Comune, egli scrisse il 14 aprile 1871 al Bignami, direttore della
Plebe di Lodi. Poco tempo dopo, il 21 ottobre 1871, egli così definiva i
Comunardi, nella celebre lettera al Petroni: I soli uomini che in questo
periodo di tirannide, di menzogna, di codardie e di degradazione, hanno tenuto
alto, avvolgendovisi morenti, il santo vessillo del diritto e della giustizia.
Né esitava a dire che, se lo avesse saputo, invece di partire dalla Francia,
egli sarebbe andato a lottare coi combattenti socialisti, perché, aveva scritto
il 22 giugno 1873 al Bizzoni, la caduta della Comune di Parigi fu una sventura
mondiale. La Plebe di Lodi fu il primo giornale socialista italiano. Quando
uscì per la prima volta Garibaldi scrisse al direttore la seguente lettera: “Il
titolo di Plebe, con cui volete fregiare il vostro giornale è MOLTO ONOREVOLE.
Dalla feudalità dei Baroni, a quella dei Monarchi; dai bravi di quell’epoca, ai
nostri bravi moderni; la Plebe è sempre stata oppressa ed oltraggiata.
Propugnandone i diritti, vi siete assunti una responsabilità grave. Ma voi
vincerete, avendo da parte vostra la vera forza e la giustizia. Vi prevengo
però che se non tentate di strappare la Plebe alle botteghe dei negromanti*
sarà un’affare lungo. Un caro saluto del vostro GIUSEPPE GARIBALDI.” *(I
negromanti com’è chiaro, erano quelli che vendevano, e vendono, Cristo pei loro
interessi). Le simpatie di Garibaldi per l’Internazionale sono talmente note
che è rimasta leggendaria, nell’Inno dei lavoratori, la frase ripetuta da
Garibaldi in varie occasioni: L’Internazionale è il sole dell’avvenire.
Garibaldi riprovava un sistema sociale nel quale l’uomo non poteva essere che
vittima o reprobo, prostituto o martire ( a Bignami, 3 dicembre 1972). Egli
proclamava fieramente: Anch’io sono membro della Associazione internazionale
dei lavoratori e me ne glorio (a Campetti, 22 dicembre 1872. Infine, vecchio,
il 20 dicembre 1880 dichiarava al Secolo: Il mio repubblicanismo differisce da
quello di Mazzini, essendo io socialista. Garibaldi rispettò la religione,
onorò i veri sacerdoti di Cristo, fustigò implacabilmente gl’indegni. Non solo
dunque l’indipendenza e l’unità del territorio, ma anche l’elevazione sociale
del popolo italiano e la sua fraterna collaborazione con gli altri popoli
liberi d’Europa, costituivano il credo di Garibaldi, nemico d’ogni oppressione
reazionaria e d’ogni guerra imperialistica. La sua grande figura rimase simbolo
di libertà, di giustizia, di eguaglianza e giustamente la fecero propria e ne
assunsero il nome i giovani che dal 1943 al 1945 lottarono per difendere il
nostro popolo dall’oppressione nazi-fascista; giustamente l’ha fatta propria
quel movimento politico di concordia e di unità nazionale che lotta oggi contro
una nuova oppressione casalinga e forestiera. Quando alle vecchie confraternite
artigiane, composte da operai e presiedute da padroni, cominciarono a succedere
le società operaie classiste e le leghe di resistenza, non ve ne fu una, forse
che non avessero Garibaldi come presidente onorario. E quando Erminio Pescatori
fondò in Milano nel 1880 l’Associazione dei Figli del lavoro il primo nucleo di
quello che, dopo due anni, sarebbe stato il Partito Operaio, Garibaldi inviò il
suo saluto augurale. I reazionari attaccarono Garibaldi e dissero che aveva
vissuto troppo. (IL CALENDARIO DEL POPOLO, giugno 1948, Garibaldi e la
democrazia, nel 66° anniversario della morte dell’eroe.)
LA COMUNE DI PARIGI
Non siam più la Comune di Parigi
che tu, borghese, schiacciasti nel sangue;
non più gruppi isolati e divisi
ma la gran classe dei lavorator
che uniti e compatti marciamo
sotto il rosso vessillo dei Soviet,
di Lenin i soldati noi siamo,
siam la forza del lavor,
siam la forza del lavor.
In piedi, o proletari,
giunto è il dì della riscossa,
in alto la bandiera rossa
simbolo di libertà!
In piedi, o proletari,
giunto è il gran momento
di dire alfin chi siamo,
di dire cosa vogliam,
di dire cosa vogliam.
Vogliam la libertà,
pace, lavoro e pane,
vogliamo alfine redimere
tutta l’umanità.
Vogliamo che sulla terra
sia pace e lavoro,
vogliamo che sulla terra
non regni più il dolor,
non regni più il dolor.
Non siam più la Comune di Parigi
che tu, borghese, schiacciasti nel sangue;
non più gruppi isolati e divisi
ma la gran classe dei lavorator
che uniti e compatti marciamo
sotto il rosso vessillo dei Soviet,
di Lenin i soldati noi siamo,
siam la forza del lavor,
siam la forza del lavor.
Doman nelle officine
non si faran cannoni
ma si faranno macchine
solo per lavorar:
per lavorare il ferro
la pietra con la terra.
Questa sarà la guerra,
la guerra che vogliam
la guerra che vogliam!
Non siam più la Comune di Parigi
che tu, borghese, schiacciasti nel sangue;
non più gruppi isolati e divisi
ma la gran classe dei lavorator
che uniti e compatti marciamo
sotto il rosso vessillo dei Soviet,
di Lenin i soldati noi siamo,
siam la forza del lavor,
siam la forza del lavor.
-Anonimo-
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