SENZA LA CODA
giovedì, 6 maggio 2010
SENZA LA CODA
Carissima Tania, io non sono mai stato un giornalista che
vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire,
perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato
giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto
nascondere le mie convinzioni per fare piacere a dei padroni. E’ strano che tu
vorresti da me una spiegazione del fatto che alcuni gruppi cosacchi credevano
che gli ebrei avessero la coda. Si tratta di una barzelletta, raccontatami da
un ebreo, commissario politico di una divisione d’assalto di cosacchi di
Orenburg durante la guerra russo-polacca del 1920. Questi cosacchi non avevano
ebrei nel loro territorio e li concepivano secondo la propaganda clericale come
esseri mostruosi che avevano ammazzato Dio. Essi non volevano credere che il
commissario politico fosse ebreo: tu sei dei nostri, gli dicevano, non sei un
ebreo; sei pieno di cicatrici delle ferite toccate dalle lance polacche,
combatti insieme con noi; gli ebrei sono un’altra cosa. La quistione delle
razze non mi interessa. Così è senza valore il tuo accenno all’importanza dei
sepolcri per ciò che riguarda la civiltà; ciò è vero solo per i tempi più
antichi, per i quali i sepolcri sono i soli monumenti non distrutti dal tempo e
perché dentro i sepolcri, accanto al defunto, venivano messi gli oggetti della
vita quotidiana. In ogni caso questi sepolcri ci danno un aspetto molto
limitato dei tempi in cui furono costruiti. Io non ho nessuna razza; mio padre
è di origine albanese, mia madre è sarda per il padre e per la madre, e la
Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847, dopo essere stata un feudo
personale e un patrimonio dei principi piemontesi che la ebbero in cambio della
Sicilia che era troppo lontana e meno difendibile. Tuttavia la mia cultura è
italiana fondamentalmente, e questo è il mio mondo; non mi sono mai accorto di
essere dilaniato tra due mondi. D’altronde nessuno in Liguria si spaventa se un
marinaio si porta al paese una moglie negra. Non vanno a toccarla col dito
insalivato per vedere se il nero va via, né credono che le lenzuola rimarranno
tinte di nero. Ti abbraccio teneramente. Antonio.
-Antonio Gramsci, Lettera LIII, L’Albero del Riccio, Milano-sera editrice,1948.
Vedi: Lettere dal carcere
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