HOOGVERRAAD
giovedì, 13 maggio 2010
HOOGVERRAAD
La mattina, appena dopo l’alba, fui svegliato da un forte
bussare. Gli amici e i vicini non bussano in modo così perentorio, quindi capii
che erano i poliziotti. Mi vestii rapidamente e trovai sulla porta il caporale
Rousseau, agente dei servizi di sicurezza e figura alquanto familiare nella
zona, assieme ad altri due agenti. Mostrandomi il mandato di perquisizione,
tutti e tre si misero immediatamente a frugare la casa in cerca di carte e
documenti incriminanti. A quel punto i bambini erano svegli e mi guardavano
chiedendo di essere rassicurati. Con un’occhiata severa li esortai a stare
tranquilli. La polizia rovistò nei cassetti, negli armadi, nei ripostigli,
dovunque potessero celarsi documenti illegali. Dopo quarantacinque minuti di
ricerca, mi dissero semplicemente: Mandela, tu vieni con noi. Abbiamo un
mandato di arresto a tuo nome. Guardai il mandato, mi saltarono agli occhi le
parole: Hoogverraad – Alto tradimento. Li seguii alla macchina. Non è piacevole
essere arrestati davanti ai propri figli, anche quando si sa di non avere fatto
niente di male. I bambini non comprendono la complessità della situazione:
vedono semplicemente che il padre viene portato via dalle autorità bianche
senza nessuna spiegazione. Rousseau guidava e io gli sedevo accanto, senza
manette, voltando le spalle alla strada. Aveva un mandato di perquisizione per
il mio ufficio in città, dove ora eravamo diretti dopo aver aver scaricato gli
altri due poliziotti in una zona vicina. Per scendere in città si percorreva
una squallida tangenziale che attraversava una zona disabitata. Mentre
procedevamo lungo quel tratto, feci notare a Rousseau che doveva fidarsi molto
per viaggiare con me da solo e senza mettermi le manette. Lui non rispose. Cosa
succederebbe se io le saltassi addosso e la disarmassi? Chiesi. Rousseau si
mosse a disagio. Mandela, stai giocando col fuoco, disse. E io risposi: Giocare
col fuoco è la mia specialità. Se continui su questo tono sarò costretto ad
ammanettarti, disse minacciosamente Rousseau. E se io mi rifiutassi? Questo
teso scambio di parole continuò per alcuni minuti, ma quando entrammo in una
zona più popolata vicino alla stazione di polizia di Langlaagte, Rousseau mi
disse: Mandela, io ti ho trattato bene, e lo stesso mi aspetto che tu faccia
con me. Non mi piacciono i tuoi scherzi. Dopo una breve tappa alla stazione di
polizia fummo raggiunti da un altro agente e andammo nel mio ufficio, dove le
ricerche si protrassero per altri quarantacinque minuti. Da lì fui condotto
nell’edificio di mattoni rossi di Marshall Square, la labirintica prigione di
Johannesburg dove avevo trascorso alcune notti nel 1952 durante la Campagna di
sfida. Vi trovai alcuni colleghi che erano stati arrestati e incriminati nella
stessa mattinata. Nelle ore successive arrivarono alla spicciolata altri amici
e compagni. Era arrivato il colpo che da tempo il governo pensava di assestare.
Qualcuno portò dentro clandestinamente una copia dell’edizione pomeridiana
dello Star, così apprendemmo da titoli a caratteri cubitali che la
perquisizione si era estesa a tutto il territorio nazionale, e che tutti i
principali dirigenti dell’Anc erano stati arrestati con l’accusa di alto
tradimento e di presunta cospirazione ai danni dello stato. Coloro che furono
arrestati in altre parti del paese – il capo Luthuli, Monty Naicker, Reggie
September, Lilian Ngoyi, Piet Beyleveld – vennero caricati su aerei militari e
trasferiti immediatamente a Johannesburg, dove sarebbero stati giudicati. Le
persone arrestate furono centoquarantaquattro. Il giorno dopo comparimmo in
tribunale per essere formalmente incriminati. Nell’arco della settimana
successiva furono arrestati Walter Sisulu e altri undici, che fecero salire il
totale a centocinquantasei, di cui centocinque africani, ventun indiani,
ventitre bianchi, e sette meticci. Tra gli arrestati quasi tutti i dirigenti
dell’Anc, sia quelli già messi al bando sia altri che non lo erano. Finalmente
il governo aveva fatto la sua mossa. Presto fummo trasferiti nella prigione di
Johannesburg, comunemente nota come la Fortezza, una tetra costruzione
somigliante a un castello arroccata su una collina nel cuore della città.
Appena entrati fummo condotti in un cortile quadrato, dove ci fecero spogliare
completamente e ci disposero in fila lungo un muro. Fummo costretti a stare
fermi lì per più di un’ora, rabbrividendo nella brezza e sentendoci un po’
imbarazzati: Tra noi c’erano anche persone anziane, o di mezza età: professori,
sacerdoti, medici, avvocati, uomini d’affari abituati a essere trattati con
deferenza e rispetto. Nonostante la rabbia, non riuscivo a reprimere un sorriso
mentre osservavo i miei compagni di sventura. Per la prima volta mi capitava di
constatare quanto sia vero il detto che l’abito fa l’uomo. Se per essere leader
avessimo dovuto avere un corpo bello e prestante, credo che pochissimi
avrebbero potuto candidarsi. Alla fine venne un medico bianco a chiedere se
qualcuno era malato. Nessuno lamentò malattie. Ci ordinarono di vestirci, e quindi
ci condussero in due grandi celle dal pavimento di cemento completamente
spoglie. Le celle erano state ridipinte da poco e puzzavano di vernice. A
ognuno furono consegnate tre sottilissime coperte e una stuoia. In ognuna delle
celle c’era un buco nel pavimento che faceva da latrina, per niente riparato
alla vista. Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia
stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta
non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili – e il Sudafrica
trattava i detenuti africani come bestie.
-Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli-
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