EGOISMO
martedì, 11 maggio 2010
EGOISMO
Ci sono delle persone che ragionano più o meno in questi
termini: L’egoismo è una caratteristica essenziale della natura umana; la
natura umana è immutabile; di conseguenza non potrà mai instaurarsi una società
in cui, al posto del conflitto tra le persone e i gruppi, si affermi una
stabile e armonica collaborazione. Il ragionamento sembra il frutto di una
grande saggezza, una saggezza resa pessimista dalla conoscenza delle cose di
questo mondo, ma basta guardare con più attenzione per accorgersi che invece il
ragionamento non torna bene. Si intende per egoismo quell’amore di sé e del
proprio comodo che porta, non solo a non aver riguardo, ma a sacrificare gli
interessi altrui ai propri. Egoismo è, pertanto, sinonimo di inumanità verso
gli altri. Perciò una cosa è l’egoismo, lo spirito egoista, il comportamento
egoista, e un’altra cosa è la volontà che è in ciascuno di noi di soddisfare le
proprie esigenze, di appagare i propri desideri. Altra cosa perché, nel secondo
caso,, si tende puramente e semplicemente alla soddisfazione del proprio
desiderio mentre nel primo caso si mira a raggiungere questo scopo a spese di
qualcun altro. Affermando ciò qualche moralista protesterà contro tale
affermazione e ripeterà che non egoistico, cioè altruistico e quindi veramente
morale è solo l’atteggiamento di chi dimentica il proprio benessere per quello
altrui. Questa concezione è astratta, disumana, ipocrita dei moralisti. La
situazione morale ideale, nasce non già dalla rinuncia quasi ascetica
all’interesse proprio, ma dalla coincidenza di quest’ultimo con quello
universale, con quello di tutti gli altri. La soddisfazione dei nostri desideri
nell’ambito sociale avviene sempre a spese di qualcun altro? Evidentemente no.
Noi ci troviamo quotidianamente a soddisfare desideri nostri in comune con
altre persone senza che il nostro vantaggio significhi svantaggio per altri;
anzi in modo tale che esso significa vantaggio anche per gli altri. Questo
avviene anche nella società capitalistica, la società degli egoismi più
sfrenati, dove tuttavia, se non altro perché vige come in ogni altra società il
principio della divisione del lavoro, si realizza necessariamente, pena lo
sfasciamento, un minimo di collaborazione e di vantaggio reciproco. Quali conseguenze
trarne? 1°) Vi sono, anche in una società divisa in classi, azioni umane tese
al soddisfacimento di desideri, le quali non hanno carattere egoistico. 2°) Se
la realtà della collaborazione, cioè del lavoro umano emancipato e solidale si
sostituisce, su tutto il campo sociale, alla realtà delle competizioni, della
concorrenza, dello sfruttamento, tutti gli sforzi umani diretti alla conquista
del benessere perdono ogni carattere egoistico. Ora, che cosa vogliono, che
cosa desiderano le persone? Vogliono sempre più pienamente appagare i loro
bisogni e le loro esigenze; questo, sì, è profondamente e insopprimibilmente
radicato, nella natura umana! Ma chi potrebbe seriamente affermare che le
persone per loro natura vogliono la realizzazione della propria umanità, a
condizione che ciò danneggi gli altri, a condizione di privare le altre persone
della stessa umanità? Che cosa vogliono le persone? Le persone vogliono: cibo,
alloggio, vestiario, svago, amore, possibilità di elevazione culturale, di
allargamento infinito del proprio orizzonte mentale. Se le persone possono
ottenere tutto ciò attraverso la collaborazione e l’emulazione fraterna, in una
società costruita e regolata in modo che il lavoro di uno va a vantaggio di
tutti e viceversa, perché mai dobbiamo preferire il conflitto egoistico degli
uni contro gli altri? Quando l’interesse dell’uno coincide con quello di tutti
gli altri si può affermare una morale nuova, una morale concreta di fratellanza
umana. Qualcuno potrebbe obiettare che oltre ai bisogni sopra esposti, le
persone hanno un altro bisogno, quello di esercitare una individuale volontà di
potenza, di mettere il proprio tallone sulla nuca dei suoi simili, di innalzare
il vessillo del proprio predominio economico e politico sulle greggi sottomesse
delle persone semplici. Questa è una sciagurata balordaggine! Tale disposizione
a diventare dei super uomini (forma estrema dell’egoismo) non è per nulla
qualcosa di naturalmente congenito e di fatale, ma sorge storicamente e viene
alimentata ed esasperata dalla stessa struttura economica e sociale delle
società divise in classi. La fondamentale contrapposizione che vi domina, degli
sfruttati e degli sfruttatori, consente e incoraggia lo scatenamento degli
egoismi e favorisce il clima ideologico che educa [per modo di dire] e forma la
mentalità del superuomo. Quando invece lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è
soppresso, quando viene abolita la divisione in classi, manca il presupposto, e
cioè l’accumulazione dei capitali, per acquistare potenza e dominio. Manca di
conseguenza il terreno in cui possano allignare tali sentimenti rabbiosamente
individualistici e antisociali. In conclusione, coloro che attribuiscono
all’universale ed incurabile egoismo umano l’impossibilità di modificare in
senso socialista lo status quo capitalistico, non affermano nulla di
scientificamente serio. Coloro possono essere divisi in due categorie: la
prima, numericamente più ristretta, è composta da quelli che, appartenendo alle
classi dominanti, hanno tutto l’interesse a diffondere luoghi comuni
ottenebranti per scoraggiare e disorientare i loro avversari di classe. Essi
vorrebbero che gli oppressi e gli sfruttati in fondo pensassero: a che pro’
combattere per una società migliore se l’uomo è stato e sarà sempre egoista?
(Si tende, cioè, allo stesso scopo a cui le stesse classi dominanti mirano,
inculcando la rassegnazione cristiana). Si aggiunga inoltre che tale luogo
comune , o mito costituisce per i ceti privilegiati un ottimo paravento, poiché
se la natura umana è irrimediabilmente egoistica, allora tutti gli uomini sono
ugualmente colpevoli e diventa quindi impossibile identificare un gruppo, una
classe come responsabile di ingiustizia sociale, e scagliare contro di essa la
prima pietra. La seconda categoria è costituita da quella massa purtroppo
ancora notevole di persone che non hanno affatto pacchetti azionari da
difendere, ma soggiaciono alla pressione ideologica dei gruppi dominanti e
ripetono meccanicamente una filosofia non propria, (accettando passivamente e
supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità anziché elaborare
la propria concezione del mondo consapevolmente criticamente, per partecipare
in modo attivo alla produzione della storia del mondo ed essere così guida di
se stessi -Gramsci-).
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