FUR EWIG
venerdì, 5 marzo 2010
FUR EWIG
Carissima Tania, ho ricevuto in questa mattina due tue
cartoline; una del 9 e l’altra dell’11 marzo: non ho invece ricevuto la lettera
alla quale accenni. Credevo di ricevere la corrispondenza tua, trasmessa da
Ustica: mi è infatti giunto un pacco di libri dall’isola e lo scrivanello chi
me li consegnò mi disse che nel pacco erano contenute anche delle lettere
chiuse e delle cartoline che dovevano ancora passare all’ufficio di revisione;
spero di riceverle tra giorni. Ti ringrazio delle notizie che mi mandi su
Giulia e sui bambini; non riesco a scrivere direttamente a Giulia, nell’attesa
di ricevere qualche sua lettera anche molto arretrata. Immagino le sue
condizioni di spirito, oltre a quelle fisiche, per tutto un complesso di
ragioni; questa malattia deve essere stata molto angosciosa. Povero Delio;
dalla scarlattina alla grippe, in così breve tempo! Scrivi tu a nonna Lula
(Julia Gregorevna, madre di Tania e Giulia Schucht), e pregala che mi scriva
una lunga lettera, in italiano o in francese, come può ( del resto tu potresti
mandarmi la sola traduzione), e mi descriva, proprio per benino, la vita dei
bambini. Mi sono proprio persuaso che le nonne sanno meglio delle mamme
descrivere i bambini e i loro movimenti, in modo reale e concreto; sono più
oggettive, e poi hanno l’esperienza di tutto uno sviluppo vitale; mi pare che
la tenerezza delle nonne sia più sostanziosa di quella delle mamme (Giulia non
deve però offendersi e ritenermi più cattivo di quello che sono!). Non so
proprio suggerirti nulla per Giuliano; su questo terreno ho già fallito una
volta con Delio. Forse io stesso saprei fabbricargli qualche cosa di conveniente,
se potessi essergli vicino. Fa tu, secondo il tuo gusto, e scegli qualche cosa
a mio nome. Ho fabbricato in questi giorni una palla di cartapesta, che sta
finendo di asciugare; penso che sarà impossibile di inviartela per Delio;
d’altronde non sono ancora riuscito a pensare al modo di verniciarla e senza
vernice si disfarebbe facilmente per l’umidità. La mia vita trascorre sempre
ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto più difficile di quanto non
sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (più di un
volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco;
intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso)
da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa “fur ewig”(per l’eternità), secondo
una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro
Pascoli. Insomma, vorrei secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente
e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la
mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora, e già questo è un
indice che non riesco a raccogliermi, e cioè: – 1° una ricerca sulla formazione
dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso; in altre parole, una
ricerca sugli intellettuali italiani, le loro origini, i loro raggruppamenti
secondo le correnti della cultura, i loro diversi modi di pensare ecc. ecc.
Argomento suggestivo in sommo grado, che io naturalmente potrei solo abbozzare
nelle grandi linee, data l’assoluta impossibilità di avere a disposizione
l’immensa mole di materiale che sarebbe necessaria. Ricordi il rapidissimo e
superficialissimo mio scritto sull’Italia meridionale e sulla importanza di B.
Croce? (si riferisce al saggio del 1926, alcuni temi della questione
meridionale). Ebbene, vorrei svolgere ampiamente la tesi che avevo allora
abbozzato, da un punto di vista “disinteressato”, “fur ewig).- 2° Uno studio di
linguistica comparata! Niente meno. Ma che cosa potrebbe essere più
“disinteressato” e fur ewig di ciò? Si tratterrebbe, naturalmente, di trattare
solo la parte metodologica e puramente teorica dell’argomento, che non è stata
mai trattata completamente e sistematicamente dal nuovo punto di vista dei
neolinguisti contro i neogrammatici ( ti farò orripilare, cara Tania, con
questa mia lettera!). Uno dei maggiori “rimorsi” intellettuali della mia vita è
il dolore profondo che ho procurato al mio buon professor Bartoli
dell’Università di Torino il quale era persuaso essere io l’arcangelo destinato
a profligare definitivamente i “neogrammatici”, poiché egli, della stessa
generazione e legato da milioni di fili accademici a questa geldra di
infamissimi uomini, non voleva andare, nelle sue enunciazioni, oltre un certo
limite fissato dalle convenienze e dalla deferenza ai vecchi monumenti funerari
dell’erudizione. – 3° Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla
trasformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresentato e
ha contribuito a determinare. Sai che io, molto prima di Adriano Tilgher, ho
scoperto e ho contribuito a popolarizzare il teatro di Pirandello? Ho scritto
sul Pirandello, dal 1915 al 1920, tanto da mettere insieme un volumetto di 200
pagine e allora le mie affermazioni erano originali e senza esempio: il
Pirandello era o sopportato amabilmente o apertamente deriso. – 4° Un saggio
sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura. L’idea m’è venuta
leggendo la notizia della morte di Serafino Renzi, capocomico di una compagnia
di drammi da arena, riflesso teatrale dei romanzi d’appendice, e ricordando
quando io mi sia divertito le volte che sono andato ad ascoltarlo, perché la
rappresentazione era doppia: l’ansia, le passioni scatenate, l’intervento del
pubblico popolare non era certo la rappresentazione meno interessante. Che te
ne pare di tutto ciò? In fondo, a chi bene osservi, tra questi quattro
argomenti esiste omogeneità: lo spirito popolare creativo, nelle sue diverse
fasi e gradi di sviluppo, è alla base di essi in misura uguale. Scrivimi le tue
impressioni; io ho molta fiducia nel tuo buon senso e nella fondatezza dei tuoi
giudizi. Ti ho annoiato? Sai, lo scrivere surroga le conversazioni per me: mi
pare veramente di parlarti quando ti scrivo; solo che tutto si riduce a un
monologo, perché le tue lettere o non mi arrivano o non corrispondono alla
conversazione intrapresa. Perciò scrivimi, e a lungo, delle lettere, oltre che
le cartoline; io ti scriverò una lettera ogni sabato (ne posso scrivere due
alla settimana) e mi sfogherò. Non riprendo la narrazione delle mie vicende e
impressioni di viaggio, perché non so se ti interessano; certo esse hanno un
valore personale per me, in quanto sono legate a determinati stati d’animo e
anche a determinate sofferenze; per renderle interessanti agli altri forse
sarebbe necessario esporle in forma letteraria; ma io devo scrivere di botto,
nel poco tempo in cui mi vengono lasciati il calamaio e la penna.
A proposito, la pianticella di limone continua a crescere?
Non me ne hai più accennato. E la mia padrona di casa come sta, o è morta? Mi
sono sempre dimenticato di chiedertelo. Ai primi di gennaio ricevetti ad Ustica
una lettera del sig. Passarge che era disperato e credeva alla prossima morte
della signora, poi non seppi più nulla. Povera signora, temo che la scena del
mio arresto abbia contribuito ad accelerare il suo male, poiché mi voleva bene
ed era così pallida quando mi portarono via. Ti abbraccio, cara, voglimi bene e
scrivimi. Antonio. 19.III.1927.
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Essi sempre umili
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantarono
ai massacri dei re,
essi che ballarono
alle guerre borghesi,
essi che pregarono
-Pier Paolo Pasolini-
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