IMPARZIALITA'

lunedì, 1 febbraio 2010

IMPARZIALITA'

La campagna contro la parzialità della magistratura viene ripresa con nuova copia di documenti e di argomentazioni dal Paese. Il giornale nittiano, le cui pubblicazioni hanno suscitato l’ira vivacissima dei fascisti e l’intervento dell’on. Grandi, si pone dal punto di vista della moralità pubblica e parla della necessità di liberare la magistratura dai rigagnoli della corruzione politica. L’Ordine Nuovo ha avuto altre volte occasione di dimostrare che si tratta di ben altra cosa; che si tratta di un difetto organico dello Stato italiano; che si tratta, non tanto di corruzione nel significato morale della parola quanto dell’assenza di un potere giudiziario indipendente; della esistenza di quella condizione che un tempo si diceva indispensabile perché ci fosse uno Stato Liberale: la divisione dei poteri. I magistrati italiani non sono più corrotti di quanto lo sian tutto l’organismo dello Stato e tutta la compagine del paese. Sono quali possono essere là dove esiste la dittatura di una borghesia che per tre quarti è una classe di camorristi e per un quarto solo è di sfruttatori nel significato marxistico della parola, cioè di gente che, pur sfruttando il lavoro, lo organizza in un quadro produttivo. Ma ritorniamo alla campagna del Paese. Esso si occupa oggi delle sentenze della magistratura bolognese in materia di estorsioni; sentenze provocate dalle proteste, così dette liberali, contro i tipi di contratti agrari del bolognese. Era invalso l’uso nei tribunali bolognesi di punire come reato le multe inflitte dalle leghe ai padroni e ai lavoratori che violavano le norme contrattuali. Ora è intervenuta la Corte d’appello ad annullare alcune sentenze, dichiarando che le multe e le taglie sono atti pienamente legittimi, perché lo stesso codice civile dà facoltà ai contraenti di fissare preventivamente la pena a carico di chi venga meno agli obblighi di contratto. Ecco dunque dei magistrati i quali hanno dato una lezione di liberismo ai giornali che da un po’ di tempo, da quando il bastone dei fasci è venuto in onore, sono divenuti specialisti nella difesa della libertà.

Non si vuole la libertà, quando si fanno rispettare le norme di un contratto; né la magistratura ha l’obbligo di guardare più in là, in uno Stato liberale. Certo è che tutti gli sforzi del movimento che culmina nel fascismo, consistono nel superare questo astratto liberismo, nel dare all’azione dello Stato quello che si dice un contenuto, cioè, diciamo noi, nel riconoscere in fatto e in diritto che esso è la forma di una dittatura. Se la magistratura è imparziale, se esiste un potere giudiziario, non vi è più dittatura. Si capisce quindi l’interesse grande che il fascismo, e in ispecie quello emiliano, dimostra per questa polemica. Un giornale del mattino, occupandosi oggi della crisi dei Fasci ( La firma del patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, avvenuta a Roma il 3 agosto 1921, aveva provocato la rivolta dei fascisti emiliani e, dopo una tempestosa riunione tenutasi a Bologna il 17 agosto, le dimissioni di Mussolini dall’esecutivo del Comitato centrale dei Fasci.), dà della disciplina degli emiliani a Mussolini una ragione che si connette con questo problema. Si tratterebbe di una questione economica: se i Fasci accettano la pace, debbono riconoscere i vecchi patti di lavoro e ridare tutto il controllo della mano d’opera alle aborrite Leghe rosse. Ed è questo che non si vuole. I socialisti, dal canto loro, sono pronti a fare la pace: hanno tutto da guadagnarci. In regime di legalità essi sono i più forti, e lo Stato, ridotto a fare da spettatore, deve finire per tutelarli. Essi dimenticano però che quando si giunge a toccare la sostanza dei rapporti di proprietà e di classe, non esiste più legalità alcuna. O si è più forti effettivamente, o si deve essere disposti ad abbandonare tutto. E i più forti per ora sono i padroni che non hanno paura, al momento opportuno, di rivelare in tutta la sua crudezza la loro dittatura. E’ certo però che nelle regioni emiliane, dove il movimento dei contadini non può essere soppresso da una crisi reale o fittizia come nelle industrie, il ritorno alla legalità, e sia pure a quella di un trattato di pace, sarebbe a danno della borghesia e dei proprietari. I fascisti indisciplinati sono quindi più accorti e politici dei giornali che invocano il ritorno alla normalità. La normalità in quelle regioni vorrebbe dire di nuovo una situazione anormale, cioè lo strapotere di una parte, la quale poi non vuole avere alcun potere effettivo, ma essere coperta e difesa dalla autorità dello Stato borghese, dai suoi poliziotti, dai suoi istituti e dai suoi magistrati. Il problema dell’imparzialità giudiziaria è quindi più profondo di quanto non sembri. Esso è il problema dello Stato italiano. Chi è oggi lo Stato italiano? Chi ha il coraggio di prendere in mano questa baracca e dire: Qui comando io? E intendiamoci: non occorre un uomo, ma un gruppo che rappresenti una rete di interessi predominanti di fatto e saldamente stabiliti. Seguire le vicende dei gruppi è cosa vana e piccina. E’ la economia che non è stabile, che non giunge a cristallizzarsi in un sistema equilibrato. Fino a che questo non sia avvenuto, non v’è speranza di successo per nessuno ed è soprattutto vana la speranza in un ritorno allo stato di indifferenza di prima della guerra. Vi è una sola speranza: ed è che la saldatura necessaria si compia dal basso, mediante una alleanza delle forze produttive, che si compia attraverso rappresentanti diretti di esse: gli operai, i contadini; vuol dire rivoluzione e dittatura di classe.

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ROMAGNA
a Severino
Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:
sempre mi torna al cuore il mio paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.
Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,
oh! fossi io teco, e perderci nel verde
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro al meridiano ozio dell’aie;
mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e il bue rumina nelle opache stalle
la sua laboriosa lupinella.
Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.
Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color rosa;
e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un birichino.
Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.
E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;
udia tra i fieni allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva delle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.
E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.
Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive;
gli altri son poco lungi; in cimitero.
Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,
Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.
-Giosuè Carducci-

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