BABA

giovedì, 11 febbraio 2010

BABA

Il carcere non solo ti priva della libertà, cerca anche di spogliarti della tua identità. Tutti indossano la medesima uniforme, mangiano gli stessi cibi, seguono lo stesso orario. Il carcere è l’istituzione totalitaria per eccellenza, che non tollera né autonomia né individualità. Come combattenti per la libertà e come esseri umani, dobbiamo opporci con tutte le nostre forze ai tentativi di derubarci anche della seconda di queste due prerogative. Dal tribunale, fui condotto direttamente al carcere di Pretoria, la tetra mostruosità in mattoni rossi che ben conoscevo. Ma, essendo ora un detenuto condannato e non più in attesa di giudizio, fui trattato senza neppure quella parvenza di rispetto riservata a questi ultimi. Mi tolsero i miei indumenti, e il colonnello Jacobs poté finalmente confiscarmi il Kaross; mi fornirono la normale uniforme carceraria degli africani: un paio di calzoncini corti, camiciola kaki, giacchetta di tela, calzini, sandali e berretto di stoffa. Solo agli africani vengono dati i calzoni corti, perché solo gli africani sono considerati dei “ragazzi” dalle autorità. Informai le autorità che mai avrei indossato calzoni corti, precisando che sarei stato disposto a portare la questione in tribunale, all’occorrenza. Più tardi, quando mi portarono il pasto (una pappetta fredda gelata, con mezzo cucchiaino di zucchero), mi rifiutai di mangiare. Il colonnello Jacobs, dopo aver riflettuto a lungo, trovò una soluzione: avrei potuto portare i calzoni lunghi e mangiare cibo di mia scelta, purché accettassi di essere messo in cella di isolamento. “Volevamo metterti con gli altri politici,” disse, “ma adesso te ne starai tutto solo. Buona fortuna, amico.” Risposi che l’isolamento mi sarebbe andato benissimo, purché avessi potuto vestirmi e mangiare come volevo. Per alcune settimane vissi in isolamento totale e assoluto: non vidi mai la faccia né udii la voce di alcun altro detenuto. Ero tenuto sotto chiave ventiquattro ore su ventiquattro, a parte la mezz’ora d’aria al mattino e al pomeriggio. Non ero mai stato in isolamento; ogni ora sembrava lunga un anno. Nella cella non c’era luce naturale; un’unica lampadina appesa al soffitto restava accesa giorno e notte. Non avendo orologio, spesso credevo che fosse mezzanotte quando era solo il tardo pomeriggio. Non avevo niente da leggere, niente per scrivere, nessuno con cui parlare. In queste condizioni, la mente incomincia a girare a vuoto e si vorrebbe disperatamente qualcosa al di fuori di noi stessi su cui fissare l’attenzione. So di persone che preferivano mezza dozzina di frustate piuttosto che essere chiuse in cella di isolamento. Dopo un certo tempo in queste condizioni, ero felice della compagnia degli insetti della mia cella e più volte mi sorpresi sul punto di mettermi a conversare con uno scarafaggio. C’era un secondino africano di mezza età che vedevo di tanto in tanto e un giorno provai ad indurlo a parlare un po’ con me offrendogli una mela.

“Baba,” gli dissi: significa “padre” ed è un’espressione di deferenza, “posso offrirti una mela?”. Lui mi voltò le spalle e da allora rispose ai miei successivi approcci con il silenzio. Finché un giorno mi disse: “Amico, volevi calzoni lunghi e cibo migliore e adesso che li hai ancora non sei felice”. Aveva ragione. Niente è più disumanizzante che la mancanza di compagnia umana. In capo ad alcune settimane ero disposto a inghiottire il mio orgoglio per dire al colonnello Jacobs che avrei barattato i calzoni lunghi con un po’ di compagnia. In quelle settimane di isolamento ebbi tutto il tempo per riflettere sul mio destino. Il posto di un combattente per la libertà è accanto al suo popolo, non dietro le sbarre. Le cose che avevo imparato e i contatti che avevo allacciato durante il viaggio in Africa sarebbero rimasti chiusi in cella con me, invece che messi a frutto per organizzare un esercito di liberazione. Incominciai a protestare con veemenza e a chiedere di essere messo con gli altri detenuti politici del carcere di Pretoria, tra i quali sapevo esserci anche Robert Sobukwe. Alla fine la richiesta fu esaudita, accompagnata da una dura diffida da parte del colonnello Jacobs a non assumere di nuovo i miei medi impudenti. Credo di non essermi mai sentito così felice in tutta la mia vita alla prospettiva di mangiare tutti i giorni polenta di granturco fredda. A parte il bisogno di compagnia, tenevo particolarmente a parlare con Sobukwe e gli altri, quasi tutti del Pac, perché pensavo che in carcere avremmo potuto costruire un’intesa che fuori non era possibile. Le condizioni del carcere tendono a smussare le polemiche e a far emergere più facilmente ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide. Quando scesi in cortile per la prima volta, con gli altri, ci salutammo tutti con calore. Oltre a Sobukwe, c’erano John Gaetsewe, un dirigente del South African Congress of Trade Unions; Aaron Molete, un membro dell’Anc che lavorava per “New Age”; e Stephen Tefu, un noto sindacalista comunista, membro del Pac. Robert mi chiese di raccontare del mio viaggio in Africa, e io fui ben felice di farlo. Descrissi con grande sincerità come venivano percepiti nel resto dell’Africa sia il Pac sia l’Anc e aggiunsi che mi sarebbe piaciuto discutere insieme alcune questioni. Ma le autorità, mentre all’inizio consentivano una certa vicinanza tra me e Sobukwe, poi fecero il possibile per tenerci separati. Noi politici stavamo in celle singole lungo un corridoio, e a noi due furono assegnate le celle alle estremità opposte. Qualche occasione per parlare la trovavamo quando eravamo seduti vicini, per terra in cortile, a cucire o rammendare vecchi sacchi per la posta. Ho sempre nutrito un sincero rispetto per Sobukwe e lo trovavo una persona equilibrata e ragionevole. Su una cosa però dissentivamo decisamente: il trattamento dei carcerati, l’argomento per noi di più stretta attualità. Sobukwe era convinto che la protesta contro le condizioni di vita in carcere equivalesse al riconoscimento del diritto dello stato a tenerci in prigione.

Io rispondevo che è sempre inaccettabile vivere in condizioni degradanti e che nel corso della storia i detenuti politici hanno sempre considerato loro dovere battersi per migliorare tali condizioni. Ma Sobukwe ribatteva che la situazione carceraria non sarebbe potuta cambiare finché tutto il sistema non cambiava. Su questo punto gli davo pienamente ragione, ma non vedevo perché questo avrebbe dovuto impedirci di lottare nell’unico ambito in cui ci era possibile farlo al presente. Non arrivammo mai a risolvere il problema, anche se un piccolo passo avanti fu compiuto quando stilammo insieme una lettera per il comandante del carcere in cui esponevamo le nostre rimostranze. Sobukwe non era tipo da crollare in carcere, ma a Pretoria mi sembrava un po’ suscettibile e permaloso, e io ne davo la colpa a Stephen Tefu. Tefu si comportava con lui come un tafano, sempre a punzecchiarlo, a stuzzicarlo, a provocarlo. Anche nei suoi momenti migliori, Tefu era un tipo difficile: dispeptico, polemico, prepotente. Era inoltre un abile dialettico, competente e versato soprattutto in storia della Russia. Ma più di tutto era un combattente, solo che combatteva contro tutti, anche i suoi amici. Non passava giorno che Tefu e Sobukwe non avessero un litigio. Mi piaceva discutere di politica con Sobukwe e uno degli argomenti che affrontai un giorno fu lo slogan del Pac: “Libertà nel 1963”. Il 1963 era arrivato, ma la libertà no. “Fratello”, dissi a Sobukwe, “niente è più pericoloso di un capo che propone rivendicazioni sapendo che non si possono realizzare, perché crea nel popolo false speranze.” Avevo parlato con il massimo rispetto, ma ecco che si intromise Tefu, incominciando a criticare Sobukwe. “Bob,” disse, “hai trovato pane per i tuoi denti in Mandela. Sai benissimo che ha ragione lui,” e continuò su questo tono, tanto che Sobukwe a un certo punto gli disse di lasciarlo in pace. Ma Tefu non se ne diede per inteso. “Bob, il popolo è là che ti aspetta. Ti ammazzeranno per averli ingannati. Sei solo un dilettante, Bob, non un vero politico.” Tefu faceva di tutto per rendersi antipatico anche a me. Tutte le mattine, quando arrivavano i secondini, protestava per questo o per quello: il cibo, le condizioni di vita, il caldo, il freddo. Un giorno una guardia sbottò: “Ehi, amico, possibile che devi protestare tutte le mattine?”. “Protesto perché è mio dovere farlo,” rispose Steve. “Guarda Mandela,” disse la guardia. “Lui non protesta tutti i santi giorni.” “Ah,” disse Tefu con una smorfia di disgusto, “Mandela è un bambinetto che ha paura dell’uomo bianco. Chi lo conosce, Mandela? Una mattina mi sono svegliato e su tutti i giornali c’era scritto: “Mandela, Mandela, Mandela”. “Ma chi è questo Mandela?” mi sono chiesto. Te lo dico io chi è Mandela. E’ un manichino gonfiato da voi, per motivi che mi sfuggono. Ecco chi è Mandela.”

Per due settimane rimase con noi anche Walter, che era stato processato a Johannesburg per incitamento allo sciopero, mentre io venivo processato a Pretoria. Gli avevano dato sei anni. In carcere trovammo diverse occasioni per parlare, per esempio della sua richiesta di libertà su cauzione in attesa dell’appello, una mossa che appoggiavo senza riserve. Dopo due settimane, infatti, fu rilasciato, e il movimento lo convinse a entrare in clandestinità per continuare da li la lotta, cosa che fece con grande abilità. Non molto tempo dopo il rilascio di Walter, mentre stavo andando all’ infermeria con Sobukwe, riconobbi in cortile, a una ventina di metri da noi, Nana Sita, il noto attivista indiano che aveva guidato la nostra protesta a Boksburg, nel 1952. Era appena stato condannato da un magistrato di Pretoria per essersi rifiutato di sgomberare la sua casa, dove viveva da oltre quarant’anni, e che adesso si trovava in una zona dichiarata “bianca” in base al Group Areas Act. Stava tutto curvo ed era scalzo nonostante soffrisse di artrite acuta, il che mi fece sentire in colpa per i miei sandali. Avrei voluto correre da lui per salutarlo, ma eravamo in fila sotto gli occhi di mezza dozzina di guardie. Di colpo, senza preavviso, svenni. Crollai a terra, sul cemento, e mi feci un profondo taglio sopra l’occhio sinistro che richiese tre punti. Già alla Fortezza mi era stata riscontrata la pressione troppo alta, per cui mi avevano dato certe pillole. La causa dello svenimento era evidentemente un dosaggio eccessivo di quel farmaco. Eliminate le pillole e seguita una dieta con poco sale, infatti, il problema si risolse. Quel pomeriggio era previsto il mio primo colloquio con Winnie da quando ero stato condannato. Ferito o non ferito, non volevo perdermelo. Quando mi vide, Winnie si spaventò, ma io le assicurai che stavo bene e le raccontai come era successo. Anche così, si sparse la voce che la mia salute non aveva retto.

-Nelson Mandela- (tratto da lungo cammino verso la libertà -feltrinelli 1995)

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 LA ROSA
La rosa s’apre, la rosa
appassisce senza sapere
quello che fa. Basta un profumo
di rosa smarrito in un carcere
perché nel cuore del carcerato
urlino tutte le ingiustizie del mondo.
-Ho Chi Minh-

 Vedi: CARA KITTY


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