LIVORNO E OGGI
lunedì, 11 gennaio 2010
LIVORNO E OGGI
Ritengo che a non pochi operai e forse anche ad alcuni militanti nostri, il
contegno che il partito comunista ha tenuto nella impostazione della presente
campagna elettorale sarà apparso strano, in contraddizione col nostro passato,
con il modo come noi ci siamo presentati sulla scena politica italiana durante
la crisi del 1920 e del 1921, e con il modo come l’azione nostra, subito dopo
la costituzione del partito, è stata impostata e diretta. Abbiamo aperto la
campagna politica per le elezioni con una proposta di alleanza fatta ai due
aggruppamenti che tuttora dicono di avere un carattere proletario e di muoversi
sul terreno della lotta di classe. (Nel gennaio 1924 il Partito comunista
d’Italia aveva proposto al Partito socialista italiano e al Partito socialista
unitario la formazione di un blocco elettorale proletario. Le trattative, che
avevano subito un arresto per il rifiuto dei socialisti unitari si svolsero per
tutto il mese di gennaio ma non condussero al raggiungimento di nessun
accordo.) Fallite le trattative con i dirigenti, non abbiamo modificata la
nostra parola che era e rimane quella dell’unità proletaria, ma l’abbiamo
rivolta al di sopra dei capi, alla massa dei lavoratori, operai e contadini, che
ai partiti tradizionali del proletariato italiano ancora oggi guarda,
attendendo da essi la guida. Il raggiungimento dell’unità di tutte le forze
rivoluzionarie e classiste è il nostro scopo.
Vi è in questo nostro atteggiamento qualche cosa che contraddica il nostro
passato, poiché il nostro passato di partito comincia con la scissione di
Livorno, e contraddica la tradizione cui siamo legati: in un primo tempo quella
della lotta contro la degenerazione riformistica del socialismo e poi la lotta contro
il socialismo italiano; prima, per spezzarlo, poi per tagliare i legami che ai
suoi dirigenti univano e uniscono tutta una parte della massa lavoratrice
italiana? Se contraddizione vi è, dobbiamo avere il coraggio noi stessi di
metterla in luce, e, se non vi è, dobbiamo mostrare come l’azione odierna si
collega con quella di ieri, come conseguenza con la sua premessa.
Quale problema abbiamo noi posto a Livorno a noi stessi e alla classe
operaia italiana? Il problema che dalla condizione stessa del momento veniva
presentato in termini non paragonabili.
Il contegno tenuto dal partito socialista durante la guerra, il suo
atteggiamento di fronte al risorgere del movimento operaio nel dopo guerra e ai
problemi da esso suscitati e la conseguente disfatta a cui quel movimento fu
portato, furono i dati di fatto in base ai quali a Livorno noi chiedemmo alle
classi operaie italiane di decidersi. Una cosa era allora parsa chiara,
evidente a tutti: la sconfitta del proletariato era conseguenza dell’assenza di
un organismo politico il quale avesse in sé la capacità di essere guida
cosciente e sicura dei lavoratori nella loro lotta di difesa e di conquista, il
quale non seguisse questa lotta in modo passivo, ma sapesse prevederne lo
svolgimento, dire ad ogni momento la parola opportuna, foggiare e saldare gli
anelli della catena storica attraverso la quale il proletariato giunge dalla
difesa alla conquista di posizioni particolari, a proporsi e risolvere il
problema della conquista del potere politico. Il partito socialista non aveva
né saputo né potuto adempiere a questo compito, al quale lo chiamavano le sue
origini e la designazione della grande maggioranza della popolazione
lavoratrice e non aveva saputo, cioè potuto, non tanto per circostanze
contingenti o per difetto di uomini, ma perchè la sua struttura organica, la
sua natura, la sua tradizione stessa lo condannavano ad essere impotente a dare
all’azione dei lavoratori qualsiasi cosciente unità di direzione.
Bisognava, dunque, creare in Italia un partito rivoluzionario del
proletariato e ciò non poteva farsi se non sulle direttive segnate
dall’Internazionale comunista alle classi operaie di tutti i paesi. E’ questo
che noi abbiamo fatto nel primo anno: la nostra esistenza come partito. Ma la
esistenza o la assenza di un partito proletario rivoluzionario sono condizioni
che influiscono profondamente, non solo in generale sulle sorti del movimento
operaio, ma in particolare sul successo di tutta la lotta che il proletariato
può essere tratto a impegnare. Bisogna tener conto di tutte queste condizioni
per dare qualsiasi giudizio sopra le possibilità di azione che ai lavoratori si
offriranno, in qualsiasi momento della loro storia, e per giudicare quali
debbano essere gli sviluppi e il successo di ogni azione. Il partito
rivoluzionario della classe operaia, costituito come organismo di lotta, è
rigidamente attrezzato per la lotta, fornito di una dottrina e di una
organizzazione che lo metteranno in grado di comprendere e di seguire tutti i
movimenti spontanei della massa degli operai; è il solo organismo che possa
giudicare questi movimenti, mentre essi sono ancora nel loro periodo di
preparazione, che possa seguirli senza perdere mai la freddezza di esame e di
giudizio che è necessaria per precedere tutte le conseguenze, che possa in ogni
momento lanciare la parola necessaria per dare alle forze lavoratrici il
massimo dei rilievi e aprire la strada alle loro affermazioni. Dove un partito
rivoluzionario del proletariato, cioè un partito comunista, esiste, questo sol
fatto è garanzia che la guida cosciente non verrà mai meno e che non verrà
quindi mai meno il successo che le condizioni oggettive permetteranno. Dove un
partito comunista non esiste, ingenti spostamenti di forze possono avvenire
senza risultato veruno; le grandi masse della popolazione operaia e contadina
possono essere trascinate a scendere con entusiasmo nella lotta e la lotta può
essere combattuta con il più grande eroismo senza che sia garantito che tutto
ciò porti a un risultato reale e definitivo. L’esempio tipico lo ha dato
l’Italia nel 1919 e nel 1920. A quell’esempio noi dobbiamo ancora una volta
risalire per dimostrare che non è affatto condizione sufficiente per l’inizio e
per la fortunata conclusione di un combattimento che le masse siano tutte unite
e decise alla lotta. L’unità è una delle condizioni della lotta e della
vittoria, ma non è la sola e non è la principale nemmeno. Non realizzava il
partito socialista attorno a sé nel 1919 l’unità di tutta la popolazione
lavoratrice, tanto dei campi che delle officine? Non si estendeva questa unità
anche a folti strati delle classi medie, concordi nell’attesa dell’opera
redentrice del proletariato? Ebbene, questa unità è stata vana, perché le è
venuta meno una direzione cosciente. Non solo tutte le forze che allora erano
strette sul terreno di classe sono state sconfitte, ma sono state sconfitte
senza nemmeno aver combattuto. Se oggi si costituisse una nuova unità di quel
genere, non si sarebbe dunque fatto alcun passo avanti. Quello che garantisce
che l’unità, la quale noi cerchiamo di realizzare oggi e la quale siamo sulla
via di realizzare non sarà l’impotente unità del 1919, è appunto questo fatto:
che oggi, nell’alleanza delle forze attorno a cui si attua, vi è un gruppo
politico il quale sa quello che vuole, fa parte di una organizzazione mondiale
di lotta rivoluzionaria ed è attrezzato per la lotta, sia per quanto riguarda i
suoi principi che la sua struttura. Questo gruppo politico è il partito
comunista.
La nostra odierna parola per l’unità non è dunque in contrasto con il
nostro atteggiamento di Livorno. Al contrario. Due cose sono logicamente legate
e conseguenti una all’altra. Abbiamo creato il partito comunista, sezione della
sola Internazionale che oggi vi sia, gli operai e i contadini del nostro paese
hanno oggi la guida cosciente e sicura che nel passato è sempre mancata.
Appunto perché questa guida oggi esiste, le parole dell’unità e dell’alleanza
possono essere lanciate e attuate senza il timore che esse significhino
confusione, dimenticanza dei principi della lotta di classe, perdita di ogni
capacità di lotta effettiva, ritorno alle condizioni in cui il movimento
proletario si trovava prima della scissione di Livorno. Perché esiste un
partito comunista e solo per questo possiamo parlare di unità come di un passo
fatto in avanti nella valorizzazione delle forze rivoluzionarie italiane. Se il
partito comunista non esistesse o venisse meno, verrebbe meno la condizione
prima perché ogni azione ingaggiata e svolta sulla parola dell’unità sia ricca
di frutti e non preventivamente condannata all’insuccesso.
INDOVINA L’ INDOVINELLO
IN CHE ANNO E DA CHI
E’ STATO SCRITTO QUESTO ARTICOLO?
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SALUTO
A voi che lavorate sulla terra
bianchi di neve azzurri di miniera,
s’alzi la vela d’ogni nome aperto
a chiamare le cose, il mare in fiore
nella parola che gli nasce nuova.
Ai cuori stanchi di mentire, al gioco
delle vecchie parole ove s’oscura
anche la luce delle lontananze,
alle guerre, agli imperi, sciolga il vento
i suoi roghi d’azzurro perché l’alba
torni a spuntare illesa dalle spiagge
nuove d’un mondo che non ha confini.
-Alfonso Gatto-
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