AMANDLA!
giovedì, 21 gennaio 2010
AMANDLA!
Vostro onore, non creda, questa corte, nell’infliggermi una condanna per i reati di cui sono imputato, che le sanzioni distoglieranno mai gli uomini dalla via che essi ritengono giusta. La storia ci insegna che le pene comminate non costituiscono un deterrente per gli uomini, quando la loro coscienza è ridestata, e non lo saranno per la mia gente o per i compagni con i quali ho lavorato. Sono pronto a scontare la mia pena, pur sapendo quanto sia dura e disperata la condizione di un africano nelle prigioni di questo paese. Io ci sono stato, e so quanto è brutale, anche dietro le mura di un carcere, la discriminazione contro gli africani. …Tuttavia queste considerazioni non mi distolgono dalla via che ho scelto, né distoglieranno altri come me. Per gli esseri umani, la libertà nella propria terra rappresenta l’aspirazione più alta, dalla quale nulla può distogliere l’uomo di fede. Più forte della paura per le orribili condizioni alle quali potrò essere sottoposto in prigione è in me l’odio per le orribili condizioni a cui è sottoposta la mia gente fuori della prigione, in tutto il paese.
Qualunque condanna Vostro Onore giudicherà di impormi per i reati di cui
sono imputato davanti a questa corte, sappia che, scontata la pena, continuerò,
come ogni essere umano, ad agire secondo la mia coscienza; a muovermi sarà
sempre il disgusto che provo per la discriminazione razziale contro la mia gente,
e uscito di prigione, riprenderò, come meglio saprò, la lotta per l’abolizione
di tutte queste ingiustizie, finché saranno cancellate per sempre e
definitivamente. …Sento di avere fatto il mio dovere nei confronti della mia
gente e del Sudafrica. E sono sicuro che il verdetto della posterità proclamerà
che io sono innocente e che i veri criminali che avrebbero dovuto trovarsi
davanti a questa corte sono i membri di questo governo.
Quando ebbi terminato, il giudice ordinò dieci minuti di sospensione per formulare
la sentenza. Prima di uscire dall’aula mi voltai e scrutai il pubblico. Non mi
facevo illusioni circa la condanna. Esattamente dieci minuti dopo, in un’aula
carica di tensione, il giudice lesse la sentenza: tre anni per incitamento allo
sciopero e due anni per aver lasciato il paese senza regolare passaporto;
cinque anni in tutto, senza possibilità di libertà sulla parola. Era una
condanna severa, che suscitò proteste tra il pubblico. Mentre la corte si
alzava, mi rivolsi alla galleria e con il pugno alzato gridai: Amandla!, tre
volte. La folla, spontaneamente, intonò il nostro bellissimo inno:Nkosi
Sikelel’iAfrika.
Mentre mi conducevano via, la gente cantava e ballava, le donne intonavano
nenie. Per un attimo dimenticai che stavo per essere condotto in carcere a
scontare quella che era, allora, la più grave condanna mai inflitta nel
Sudafrica per reati politici.
Nel sotterraneo potei dare un breve addio a Winnie, che questa volta non
era depressa, anzi era esaltata e senza lacrime; sembrava fiduciosa, una
compagna, oltre che una moglie, e decisa a rincuorarmi. Mentre il cellulare si
allontanava portandomi verso il carcere, sentivo ancora la folla fuori del
tribunale che cantava Nkosi Sikelel’ iAfrika.
15 ottobre 1962 -Nelson Mandela-
(tratto da: lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, 2008)
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