LE DUE ITALIE

 

7 dicembre 2009

LE DUE ITALIE

Nella polemica per la libertà commerciale il deus ex machina dei nostri avversari è la parola nazione, con la quale essi vogliono troncare ogni dibattito, credendo, non so con quanta buona fede, che questa sia l'espressione di una unità economica risolvente in sé ogni antitesi di gruppi o di classi. Le barriere daziarie sarebbero la prova e la causa insieme di questa unità, attestandone e provocandone la esistenza e il rafforzamento. Un esame realistico delle condizioni di fatto ci porta invece a credere che è vero precisamente il contrario, e cioè che i dazi provocano e attestano una lotta di gruppi. Gli Stati nazionali unitari si sono costituiti attraverso un lento e lungo processo storico, che potè essere diverso per le diverse parti di una stessa nazione; e così può non essersi compiuto in modo uniforme il progresso economico. Anzi la maturità economica dell'aggregato nazionale unitario non è quasi mai uniforme. Noi abbiamo in casa nostra l'esempio – ma no, la questione meridionale non è, non deve essere per noi un esempio, ma uno dei cardini del nostro ragionamento e della nostra azione antiprotezionista; l'esame di essa illumina sul valore del nostro liberismo, che non è lotta per poche riforme da ottenersi con accomodamenti parlamentari, ma è lotta sociale, è critica che investe tutta la compagine della nazione, ed è anche uno sguardo a quella che sarà, per noi, la nostra nazione.

La borghesia liberale italiana creò l'organismo politico unitario, ma sul terreno economico la visione di una astratta unità, inesistente di fatto, la condusse a negare i suoi principi ideali, che pure erano quelli di Cavour. Il liberismo respinse la libertà economica. Gli economisti ufficiali si vantarono bensì di avere con la tariffa del 1887 instaurato il libero scambio nella unità nazionale ma in questa unità esistevano i bisogni e gli interessi antagonistici di due nazioni, e con la politica protettiva culminante nella tariffa dell'87 una di esse si faceva forte e legava l'altra, togliendole ogni possibilità di libero sviluppo. Impoverito dallo sforzo per l'unificazione, ma ricco di una borghesia ardita e sana, che nessun governo aveva mai troppo ostacolato nella sua formazione, il Settentrione era ormai pronto alla nuova vita e alle nuove fortune. Per alcuni secoli invece il Mezzogiorno sistematicamente era stato impedito nel suo sviluppo economico, resi difficili gli scambi tra regione e regione, ostacolata l'attività industriale, sia dagli spagnoli che dai Borboni, incuranti entrambi del pubblico bene, e timorosi d'altra parte delle trasformazioni politiche che tengono dietro a quelle dell'economia. La borghesia meridionale traeva le sue origini ed era  l'erede legittima di quella classe di curiali, di causidici e di piccoli signori feudali, ch'era stata il sostegno di tutte le dominazioni straniere.

Nella seconda metà del secolo XIX l'economia del Mezzogiorno si basava ancora sopra una agricoltura patriarcale, e per un risanamento di essa si richiedeva soltanto di agevolare quella trasformazione che, col passaggio delle colture estensive alle intensive, avrebbe spezzato la grande proprietà e creato una classe sana di produttori. Per far questo occorreva attirare il capitale alla terra estendendo il mercato dei prodotti agricoli, e diminuendo il costo della vita e degli strumenti del lavoro. La politica di protezione seguita dallo Stato italiano condusse ad effetti opposti. Essa rinnovò a danno delle province meridionali le condizioni dell'antico patto coloniale, negando loro la libertà di vendere e comprare. Esclusi dal mercato i prodotti industriali stranieri, il Mezzogiorno fu costretto ad accettare gli alti prezzi dei manufatti  e degli strumenti fabbricati in Italia. Ma le merci si scambiano con merci, e lo straniero che non vendeva più i prodotti della sua industria, non comperò più i prodotti dell'agricoltura meridionale, che, chiusi nel limitato mercato nazionale, caddero di prezzo. Le statistiche commerciali ci dicono chiaramente che mutate dalla nuova tariffa le condizioni degli scambi, l'esportazione dei prodotti agricoli meridionali incominciò a diminuire, e a diminuire in pari tempo il loro prezzo. Ciò condusse alla diminuzione del reddito netto delle terre e quindi al loro progressivo deprezzamento.

Oggi, quando si parla di questione meridionale, è comodo trovare nella povertà del suolo, o nella pretesa inazione e indolenza degli abitanti la giustificazione di ogni malanno. Ma il suolo è povero soprattutto là dove un irrazionale e antiquato sistema di coltura lo ha impoverito, è povero dove gli uomini non lo hanno reso fertile col loro paziente e prezioso lavoro di adattamento. Le fertili pianure della Lombardia sono una creazione del lavoro e del capitale umano. E' una triste verità, ma occorre dirla: l'Italia liberale e unitaria ha continuato nei riguardi del Mezzogiorno la politica dei governi stranieri, ha ostacolato l'opera trasformatrice e redentrice del lavoro, e in luogo di promuovere la costituzione di una classe attiva e sana di lavoratori e di produttori, ha favorito il perdurare delle malsane condizioni di prima. La borghesia meridionale, borghesia incolta e guasta di politicanti e di falsi intellettuali, trovò i suoi alleati naturali e il suo sostegno nei gruppi di affaristi avidi e spregiudicati, identificatori dell'interesse proprio con quello della nazione. Non vi è chi non voglia lo sviluppo dell'industria nazionale, ma bisogna intenderlo come sviluppo di tutta l'industria nazionale, cioè di tutte le attività produttrici. Il protezionismo dello Stato italiano invece fu per il Mezzogiorno d'Italia soltanto un'oppressione e un ostacolo e a riparare al danno da esso arrecato, a sanare le ingiustizie, non servirono a nulla le concessioni fatte sotto forma di legislazione speciale.  A nulla valgono le piccole riforme quando si lascia sussistere, accanto ad esse, un ordinamento economico essiccatore delle fonti della ricchezza nazionale. Questo ordinamento costringeva prima della guerra i contadini meridionali a fuggire dalle terre immiserite. Ma in questi emigranti, i quali dopo anni di faticoso lavoro in terra straniera, ritornavano e dedicavano i loro risparmi a coltivare il suolo della patria era un principio di redenzione economica. Nonostante tutti gli ostacoli il Mezzogiorno cercava di redimersi da sé.

Da che parte verranno, finita la guerra, le forze necessarie a continuare quest'opera tanto più ora che i nostri capitali si sono abituati ai facili guadagni delle industrie di guerra, che si svolgono in condizioni così favorevoli, esclusa di fatto ogni concorrenza, esclusa anche di fatto e di diritto la lotta tra capitale e lavoro? Una cosa è certa: che un partito di lavoratori non potrà mai perdere di vista il bene generale, e il suo interesse non potrà mai coincidere con quello dei gruppi esclusivistici, perché esso tende a creare la nazione dei produttori cooperanti in una unità organica al bene comune. Le gravi questioni che l'assetto borghese non ha risolto e che questo nuovo partito trova davanti a sé, egli non può dunque risolverle che secondo l'interesse della generalità.

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 UN MONDO NUOVO
 
Questo è un momento perfetto /è un momento
perfetto per molte ragioni/ma soprattutto
perché tu ed io/ ci stiamo svegliando
dalla nostra complicità sonnambula, tonta, ciucciadito
con i maestri dell'illusione e della distruzione.
Grazie a loro, da cui fluiscono queste benedizioni
dolorose,/ ci stiamo svegliando.
Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi
insegnamenti,/ci stiamo svegliando.
Le loro guerre e torture,/ i loro diavoli e confini
estinzioni di specie/e malattie nuove di zecca
il loro spiare e mentire/ in nome del padre,
sterilizzando semi/ e brevettando l'acqua,
rubando i nostri sogni e/ cambiando i nostri
nomi,/i loro brillanti spot pubblicitari,/ le loro
continue prove generali/ per la fine del mondo.
Grazie a loro, da cui fluiscono queste benedizioni
dolorose,/ ci stiamo svegliando
Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi
insegnamenti,/ ci stiamo svegliando.
Le loro dolorose benedizioni/ stanno
squarciando/ quell'allucinazione di massa
amara e raggrinzita/ erroneamente chiamata realtà.
Cominciano ad arrivare a valanga/ notizie
sull'autentica casa dell'anima,/ infiltrandosi nei
nostri sogni ad occhi aperti/ sempre più lucidi.
L'eternità selvaggia matura e succosa/ ci inonda
I nostri alleati/ dall'altra parte del velo
ci raggiungono a sciame.
Ci stiamo svegliando
E come il cielo e la terra si incontrano,/ come il
sogno e la veglia si mescolano,/come il paradiso
e gli inferi si intersecano,/ notiamo il fatto
esilarante e scioccante/ che tocca a noi decidere
-tocca a noi decidere, a me e a te-
come costruire un mondo nuovo di zecca.
Non in qualche lontano futuro o luogo distante
ma proprio qui ed ora.
Siamo sull'orlo di un precipizio,/ danziamo
proprio sul bordo,/ e non possiamo permettere
a questi folli che governano un mondo morente
di portare avanti i loro sortilegi.
Dobbiamo insorgere e combattere la loro logica
malata;/ sfidare, resistere e fermare la loro tragica
magia;/ scatenare la nostra ira sacrosanta
e fargliela sentire
Ma per aver la meglio sui morti viventi non è
sufficiente./ Protestare contro i mostri in
doppiopetto non è sufficiente/ Non possiamo
permetterci di esser consumati dall'ira-/ non possiamo
essere ossessionati e posseduti da lamenti.
I dolci nostri corpi animali/ hanno bisogno di
felicità turbolente./ La nostra stupefacente
immaginazione/ ha bisogno di nutrirsi con
compiti/che stimolino il nostro diletto.
Abbiamo bisogno di verità allo stato selvaggio,
una bellezza insurrezionale/ che ecciti la nostra
curiosità,/ una bontà oltraggiosa/ che ci porti
a compiere/ atti eroici di appassionata
compassione,/ un amore ingegnoso/ che ci
trasformi senza tregua,/ una libertà astuta/ che non
sia mai permanente/ ma da afferrare e reinventare
ogni giorno,/ e di una giustizia-totalmente-seria-
ma-sempre-ridente/ che progetti e sogni
come diminuire la sofferenza/e accrescere la
gioia/ di essere senziente.
Così sono radicalmente curiosa, compagni miei
creatori;/ sul serio in delirio:/ visto che tocca
a noi/ costruire un Mondo Nuovo di zecca,
da dove cominciamo?
Quali verità allo stato selvaggio/ pensiamo
di piantare al cuore/ della nostra creazione:
quali storie saranno i nostri pro-memoria?
Quali domande ci alimenteranno?
Eccotene una:/ nel Mondo Nuovo/ saprai
con tutto te stesso/ che la vita è pazzamente
innamorata di te-/ la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te.
Nel Nuovo Mondo/ saprai al di là di ogni dubbio
che migliaia di alleati nascosti/ stanno dandosi
da fare per farti diventare/ quella bellissima
curiosa creatura/ cui sei destinato per nascita.
Ma poi arriva la domanda fatale:/ l'amore con
cui la vita eternamente ti inonda/ non è stato
corrisposto al suo meglio,/ ma c'è ancora modo
per mostrarsi più espansivi,/ se la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te,
sei pronto a cominciare ad amare la vita così
come essa ti ama?
Nel Nuovo Mondo, lo farai.
Nel Nuovo Mondo,/ rigetterai la paranoia con
tutta l'intelligenza del tuo cuore./ E abbraccerai la
Pronoia, che è l'opposto della paranoia./ Pronoia
è il vago sospetto/ che tutto il mondo vivente/ sta
cospirando per inondarti di felicità turbolente.
Pronoia è la percezione emergente/ che la vita
è una cospirazione/ per liberarti dall'ignoranza,
e riempirti d'amore,/ e farti spirito risplendente.
Compagni miei creatori,/ voglio che sappiate
che sono allergica ai dogmi./ non ho fiducia in
alcuna idea/ che richieda fede assoluta./ Ci sono
molte poche cose/ di cui sono del tutto certa.
Ma sono assolutamente sicura/ che la Pronoia
descrive il mondo così com'è./ La Pronoia è più
umida dell'acqua/ più vera dei fatti/ è più forte
della morte./ Odora del fumo di cedro nella pioggia
primaverile,/ e se ora chiudi gli occhi,/ ne
percepirai il tremulo scintillare/nel tuo morbido
caldo corpo animale/come un'aurora boreale.
La roba dolce che appaga le tue voglie/ non è
chissà dove in qualche altro spazio e tempo.
E' proprio qui ed ora
La Terra è ricolma di paradiso.
RACHEL CORRIE – 2003

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