PERTINI PARTIGIANO PRESIDENTE

PERTINI PARTIGIANO PRESIDENTE

Di recente, alla Camera dei deputati, nel mio intervento sullo scioglimento del MSI dissi fra l'altro: “Nell'aprile 1945 i gerarchi fascisti, lanciando appelli dalla radio Milano, scagliarono contro di noi i giovani, mentre essi, gettate via le fastose divise in orbace, il volto non più feroce ma livido di paura, con il loro duce in testa, travestito da soldato nazista, pensarono solo a fuggire”.

Un deputato missino mi interruppe gridando: “Sono morti da soldati”. Non è vero. I gerarchi fascisti fuggirono e l'esempio fu dato loro da Mussolini e da Graziani. Lasciamo parlare i fatti. Mussolini, nel tardo pomeriggio del 25 Aprile, s'incontrò all'Arcivescovado di Milano con i rappresentanti del CLNAI [Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia] per trattare la resa sua e dei suoi.

Aveva abbandonato ogni tracotanza e alterigia, era disfatto; un uomo ormai finito. La sua unica preoccupazione fu quella di chiedere che nei suoi confronti si applicassero le norme del diritto internazionale e cioè il CLNAI, accettata la sua resa, avrebbe dovuto considerarlo prigioniero di guerra; assicurargli l'incolumità fisica e consegnarlo quindi agli Alleati. Il compagno Emilio Sereni ed io, arrivati in ritardo all'Arcivescovado perché impegnati, quali membri del Comitato insurrezionale, alla periferia di Milano, ci opponemmo recisamente a queste condizioni. Mussolini doveva essere considerato un criminale di guerra e come tale trattato.

L'ex prefetto Tiengo, uno dei partecipanti a quell'incontro, sentita questa nostra ferma dichiarazione, si allontanò per correre a riferirla a Mussolini rientrato in Prefettura. Tiengo, ritornato poco dopo, con atteggiamento teatrale dichiarò testualmente: “Il duce ha deciso di non arrendersi”. Ricordo che il cardinale Schuster chiese proprio a me, che gli sedevo vicino: “E adesso che accadrà?”. - “Eminenza, la ruota ha incominciato a girare stamani, nessuno potrà più fermarla”, risposi al porporato costernato soprattutto, penso, per la sorte del “duce” di cui durante il ventennio era stato un entusiasta sostenitore. Mentre con il bravo compagno Filippo Carpi (Guido) lasciavo l'Arcivescovado, udimmo la radio Milano lanciare questo appello: “Attenzione, attenzione: tutte le camicie nere d'Oltrepo Pavese si concentrino in Milano”. Dunque Mussolini intendeva resistere sul serio? Bisognava prendere le adeguate misure e cioè, avvertire i comandi delle formazioni partigiane e prima di tutto gli operai della OM, della CGE, della Pirelli, ecc. i quali, eseguendo l'ordine del Comitato insurrezionale composto da Longo, Sereni, Valiani e da me, si erano dall'alba del 25 aprile asserragliati nelle fabbriche, trasformandole in fortilizi. Quel pomeriggio l'OM fu assediata da repubblichini e le maestranze con i loro tecnici chiuse nello stabilimento attraversarono momenti difficili. Noi vivemmo ore di ansia. Guai se i repubblichini fossero riusciti a entrare nella fabbrica. Furono più tardi dispersi da formazioni partigiane e la sera del 25 io potevo parlare agli operai e ai tecnici della OM.

Altrettanto accadde a quelli della CGE.

Mussolini voleva veramente cercare la morte eroica?

La verità la conoscemmo il 26 aprile, quando occupammo la Prefettura. Apprendemmo dagli uscieri e dagli impiegati rimasti, che Mussolini dopo l'appello-radio a tutte le camicie nere perché si concentrassero in Milano, pensò solo a preparare la fuga sua e degli altri gerarchi. Non un personaggio da tragedia, ma da farsa si rivelò ancora una volta. Fece raccogliere documenti riservati e soprattutto denari e gioielli e ordinò si formasse un'autocolonna. Mi raccontò un impiegato che più di una volta il “duce” si affacciò dal balcone, che dava sul cortile, e come un forsennato incitava i soldati tedeschi ed i suoi, a far presto, a non perdere tempo. Non riusciva più a dominarsi, a nascondere la sua paura. L'unica sua preoccupazione: fuggire. E questo mentre la radio lanciava alle camicie nere l'ordine di concentrarsi in Milano. Era tutta una commedia per ingannare noi ed i suoi giovani seguaci, i quali raccogliendo l'appello e credendo che il loro “duce” intendesse resistere, scesero in piazza contro di noi. Forse qualcuno di essi ripensava alle parole che dai balconi d'Italia il loro “duce” aveva più volte ripetuto con il volto feroce e con propositi bellicosi: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi”. No, il loro “duce” non cercava la morte eroica; si era arreso alla paura e pensava solo a salvarsi.

Ci dissero gli impiegati della Prefettura che Borsani, cieco di guerra, il quale con altri si trovava nel cortile in attesa di Mussolini, quando lo avvertirono del suo arrivo, lo esortò a non fuggire, a restare in Milano, a resistere. Mussolini a quella esortazione scrollò le spalle, manifestando fastidio, e si affrettò a salire in macchina. Borsani, saputo questo, non esitò a tacciare ad alta voce Mussolini di viltà e di tradimento.

E l'autocolonna con i gerarchi fascisti e il loro “duce” travestito da soldato nazista e le valigie piene di valuta estera e di preziosi si allontanò dalla Prefettura.

E sino all'ultimo Mussolini guarderà tremando alla morte, verso cui aveva spinto tanti giovani.

Rodolfo Graziani si dimostrò in quella occasione degno del suo “duce”. Mentre, staccatosi dall'autocolonna di Mussolini, tentava la fuga per altra via, fu arrestato il 28 aprile da alcuni matteottini. Il gruppo dei partigiani delle Matteotti, con Graziani, s'incontra a Como con il tenente americano Dadario. “Il leone di Neghelli” riesce ad avvicinarsi all'ufficiale americano: gli getta le braccia al collo e con voce piagnucolosa lo supplica di salvarlo, di sottrarlo ai partigiani. Il tenente Dadario lo calma, lo rassicura e dichiara ai matteottini che Graziani deve essere considerato prigioniero di guerra sotto la protezione del Comando alleato. Viene condotto nella metropoli lombarda e chiuso in una camera dell'Hotel Milano. Chi scrive, in ottemperanza all'ordine emanato dal CLNAI contro i criminali di guerra, ordinò che Graziani fosse fucilato, nonostante l'arbitraria dichiarazione del tenente americano. Purtroppo chi l'ordine doveva eseguire deplorevolmente tergiversò per debolezza o per altre ragioni e Graziani ebbe salva la vita.

Orbene, di fronte a questa viltà manifestata dai gerarchi fascisti stanno la serenità e la fierezza dimostrate dai condannati a morte della Resistenza. Leggete le lettere di questi patrioti. Nessuna retorica, nessuna declamazione vana, nessuna preoccupazione per le loro persone. Solo parole semplici, serene, piene di fede. Fra le molte due sole le scelgo: una di una popolana, l'altra di un operaio.

Irma Marchiani – medaglia d'oro della Resistenza – un'ora prima di essere fucilata scrive alla sorella:

Prigione di Pavullo, 26-11-1944.
Mia cara Pally, sono gli ultimi istanti della mia
vita... credimi non ho mai fatto nessuna cosa che
potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il
richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora
sono qui... fra poco non sarò più, muoio sicura di
avere fatto quanto mi era possibile affinché la
libertà trionfasse. Baci e baci dal tuo e vostro Paggetto”.

Eusebio Giambone, operaio, il 3 aprile 1944 alla vigilia della sua fucilazione scrive alla sua compagna:

Fra poche ore io certamente non sarò più, ma
sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte
al plotone di esecuzione come lo sono attualmente.
Sono così tranquilli coloro che ci hanno condannati?
Certamente no. Essi credono con le nostre condanne
di arrestare il corso della storia: si sbagliano. Nulla
arresterà il trionfo della nostra idea”.

Da questo raffronto appare più che mai evidente la profonda differenza fra la statura morale dei capi fascisti e quella dei resistenti. Gli uni non erano che degli avventurieri pronti a giocare sulla pelle dei loro seguaci; gli altri erano degli uomini di fede, che consideravano la vita prezzo della loro idea. (Meditazione su: “Ignominia e fuga dei fascisti” di Sandro Pertini. Rinascita anno XII – N. 4 Aprile 1955).

IGNOMINIA
(Scritta alla notizia del disegno di legge n.1360 che equipara il milite di Salò al partigiano e al militare che combatterono contro l’occupante nazista).
Lo straniero non sapeva tutto
di quei monti e di quelle colline
non sapeva tutto di quelle pianure.
Lo straniero si smarriva
nei labirinti dei centri antichi
non trovava gli sperduti paesini.
Lo straniero non conosceva quel sentiero
né il sicuro nascondiglio
dove bambini giocarono e ragazzi si uccisero.
Il fascio littorio
Salò e le camicie nere
furono barbarie e distruzione.
Antigone salvò quei neri cadaveri
dalla furia dei perseguitati assassinati
nell'aldilà dove non si perdona.
L'eterna oscurità detenga le spie
e i servitori dei tiranni dannati
nell'infernale pozzo dei traditori.
Nessun civile perdono sia concesso
al morto non uguale al morto
solo rigoroso ricordo.
Ancora sanguinano innocenti ferite
e cumuli di coscienze tremanti
testimonianze perenni
per non ricadere nell'ignominia.
-Renzo Mazzetti- (4 Agosto 2009).

categoria: fantascienza, filosofia, ironia, poesia, dimenticanze tra le righe.

VEDI:

ELISIO VIVENTE -SABATO 6 AGOSTO 2022 h.11,44-


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