PRIGIONE
sabato, 14 gennaio 2012
-prigione-
PRIGIONE
Miseria e dolore infinito accompagnavano il tetro corteo del capitalismo sia nei villaggi del Caucaso, nelle capanne del Turkestan, che nelle desolate contrade della campagna finno-lappone. Il governo zarista non mancava di procedere alla fucilazione degli esponenti della popolazione locale nel caso di resistenza alla sua autorità. Decine di fiorenti villaggi montani furono ridotti a cumuli di rovine e mucchi di cenere. Il fumo provocato dagli incendi riempiva le gole dei monti. S’abbattevano boschi, venivano rasi al suolo villaggi, venivano calpestate le seminagioni, venivano saccheggiate le proprietà dei montanari per ripagarli d’aver osato difendere la propria terra. Le terre tolte agli indigeni venivano assegnate agli ufficiali russi, ai possidenti ed ai Kulaki. Migliaia di case padronali venivano depredate per arricchire le magioni dei Basc’Kiri sille rive del Volga; nel Caucaso, in Crimea, nell’Asia Centrale sorgevano nuove splendide tenute di proprietà dello zar e dei granduchi. Questa nuova ”riforma agricola” nelle provincie assoggettate contemplava l’istituzione della servitù della gleba. Pietro I l’instaurò nella zona pre-Baltica, Caterina II in Ucraina, Nicola I la rafforzò nel Caucaso. Dietro ai generali russi ed alle gerarchie militari muovevano i possidenti russi, s’accodavano gli industriali ed i mercanti. Le nuove provincie si affollavano di soldati, di gendarmi, d’impiegati. Assieme a loro si faceva avanti il prete ortodosso che consacrava con la croce il diritto dell’oro e della baionetta. La violenza militare ed il banditismo venivano sostituiti da un’oppressione economica ancora peggiore. Le provincie acquistate si trasformarono in colonie del capitalismo e divennero le principali fornitrici di materie prime e di combustibile per i bisogni della crescente potenza industriale della Russia. La Russia zarista era stata definita da Lenin:”Prigione dei popoli”.
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