LO SVILUPPO DELLA SOCIETA’ UMANA
domenica, 18 aprile 2010
LO SVILUPPO DELLA SOCIETA’ UMANA
Questo tal popolo, ossia, non una qualunque massa di
individui, ma un plesso di uomini così o così organizzati, o per naturali
rapporti di consanguineità, o per artificii e consuetudini di parentato e di
affinità, o per ragioni di vicinato stabile; questo tal popolo, su cotal
territorio circoscritto e limitato, che è così o così ferace, ed è tale altra
maniera produttivo, e fu in determinate forme acquisito al lavoro continuativo;
questo tal popolo così distribuito su tale territorio, e così in sé spartito ed
articolato, per effetto di una determinata divisione del lavoro, la quale
abbia, o iniziativa appena, o già sviluppata e maturata questa o tale altra
divisione di classi, o delle classi ne abbia di già erose e trasformate
parecchie; questo popolo, che possiede tali o tali altri istrumenti, dalla
pietra focaia alla luce elettrica, e dall’arco e dalla freccia al fucile a
ripetizione e che produce in un certo modo, e conforme al modo del produrre
conseguentemente spartisce i prodotti; questo popolo, che per tutti cotesti
rapporti è una società, nella quale, o per abiti di mutua accomodazione, o per
esplicite convenzioni o per violenze patite e subite, son nati già o stanno per
nascere dei legami giuridico-politici, che poi metton capo nell’assetto dello
Stato; questo popolo, nel quale, nato che sia l’organamento dello Stato, che è
il tentativo di fissare, di difendere e di perpetuare le disuguaglianze, e che,
per via delle nuove antitesi che vi reca dentro, rende di continuo instabile
l’ordinamento sociale, si determinano i movimenti e le rivoluzioni politiche, e
quindi le ragioni del progresso e del regresso: ecco la somma di ciò che sta a
fondamento di ogni storia. Ed ecco la vittoria della prosa realistica sopra
ogni combinazione fantastica ed ideologica. Ci vuole certo della rassegnazione
a veder le cose come esse sono, oltrepassando i fantasmi che per secoli ne
impedirono la retta visione. Ma questa rivelazione di dottrina realistica non
fu, né vuole essere, la ribellione dell’uomo materiale contro l’uomo ideale. E’
stata ed è invece il ritrovamento dei veri e propri principi e moventi di ogni
sviluppo umano, compreso quello di tutto ciò che chiamiamo ideale, in
determinate condizioni positive di fatto le quali recano in sé le ragioni e la
legge, e il ritmo del loro proprio divenire. Di sotto allo strepito e al
luccichio delle passioni, sulle quali di solito si esercita la quotidiana
conversazione, più in qua dai moti visibili delle volontà operanti a disegno,
che è quello che cronisti e storici vedono e raccontano, più in giù
dell’apparato giuridico e politico della nostra convivenza civile, a molta
distanza indietro dalle significazioni, che la religione e l’arte danno allo
spettacolo e all’esperienza della vita, sta, e consiste, e si altera e
trasforma la struttura elementare della società, che tutto il resto sorregge.
Lo studio anatomico di tale struttura sottostante è la Economia. E perché la
convivenza umana ha più volte cambiato, o parzialmente o integralmente, nel suo
apparato esteriore più visibile, e nelle sue manifestazioni ideologiche, religiose,
artistiche e simili, occorre di trovare innanzi tutto i movimenti e le ragioni
di tali cangiamenti, che son quelli che gli storici di solito raccontano, nelle
mutazioni più riposte, e alla prima meno visibili, dei processi economici della
struttura sottostante. Cioè, bisogna rivolgersi allo studio delle differenze
che corrono tra le varie forme della produzione, quando si tratti di epoche
storiche nettamente distinte, e propriamente dette: e dove si tratti di
spiegarsi il succedersi di tali forme, ossia il subentrare dell’una all’altra,
occorre di studiare le cause di erosione e di deperimento della forma che
trapassa: e da ultimo, quando si voglia intendere il fatto storico concreto e
determinato, bisogna studiare e dichiarare gli attriti e i contrasti che
nascono dai varii concorrenti ( ossia le classi, le loro suddivisioni, e
gl’intrecci di quelle e di queste ), che formano una determinata
configurazione.
Quando il Manifesto dichiarava, che tutta la storia fosse finora consistita nella lotta di classe, e che in queste fu la ragione di tutte le rivoluzioni, come anche il motivo dei regressi, esso faceva due cose ad un tempo. Dava al comunismo gli elementi di una nuova dottrina, e ai comunisti il filo conduttore per ravvisare nelle intricate vicende della vita politica, le condizioni del sottostante movimento economico. Nei cinquanta anni corsi da allora in qua, la previsione generica di una nuova era storica è diventata pei socialisti l’arte minuta dell’intendere caso per caso, quel che si convenga e sia dovere di fare; perché quell’era nuova è per sé stessa in continua formazione. Il comunismo è diventato un’arte, perché i proletari son diventati, o sono avviati a diventare, un partito politico. Lo spirito rivoluzionario si plasma tuttodì nella organizzazione proletaria. L’auspicata congiunzione dei comunisti e dei proletari è ormai di fato. Questi cinquant’anni furono la prova sempre crescente della ribellione sempre cresciuta delle forze produttive contro le forme della produzione. L’uomo ha fatto la sua storia, non per metaforica evoluzione, né per concorrere su una linea di un presegnato progresso. L’ha fatta, creandone a sé stesso le condizioni; cioè, formando a sé stesso, mediamente il lavoro, un ambiente artificiale, e sviluppando successivamente le attitudini tecniche, e accumulando e trasformando i prodotti della operosità sua, per entro a tale ambiente. Noi di storia ne abbiamo una sola: né quella reale, che è effettivamente accaduta, possiamo noi confrontare con un’altra meramente possibile. Dove trovare le leggi di tale formazione e sviluppo? Le antichissime formazioni non ci sono chiare alla prima. Ma questa società borghese, come nata di recente, e non giunta ancora a pieno sviluppo nemmeno in ogni parte d’Europa, serba in sé le traccie embriogenetiche dalla sua origine e del suo processo, e le mette in piena evidenza nei paesi in cui sorge appena sotto ai nostri occhi, p.e. nel Giappone. Come società che trasforma tutti i prodotti del lavoro umano in merci, mediante il capitale, come società che suppone il proletariato, o lo crea, e che ha in sé l’inquietezza, la turbolenza, la instabilità delle continue innovazioni, essa è nata in tempi certi, con metodi assegnabili e chiari, per quanto varii. Difatti, nei diversi paesi ha modi differenti di dove , p.e., comincia prima che altrove, come in Italia, e poi si arresta; e dove, come in Inghilterra; procede costantemente per tre secoli di economica espropriazione delle precedenti forme di produzione, o della vecchia proprietà, come dicesi nella lingua dei giuristi. In un paese essa si fa a grado a grado, combinandosi con le forze preesistenti, e di quelle subisce l’influsso per adattamento, come fu il caso della germania; ed ecco che in altro paese rompe l’involucro e le resistenze in modo violento, come accadde in Francia, dove la Grande Rivoluzione rappresenta il caso più intensivo e vertiginoso di azione storica che si conosca, ed è perciò la più grande scuola di sociologia. In brevi e magistrali tratti, come ho già notato, cotesta formazione della società moderna, ossia borghese, fu tipicamente rifatta nel Manifesto dove n’è dato il generale profili anatomico, negli aspetti successivi di corporazione, commercio, manifattura e grande industria, aggiuntavi la indicazione degli organi ed apparati derivati e complessi, che sono il diritto, le costituzioni politiche e così via. Ed ecco che gli elementi primi della teoria per ispiegare la storia col principio delle lotte di classe ci erano già implicitamente. -Antonio Labriola-
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