LE LOTTE DEL LAVORO
lunedì, 15 marzo 2010
LE LOTTE DEL LAVORO
isola dei cassintegratiIl grande sciopero dei braccianti
agricoli della Valle Padana, durato 12 giorni e chiuso con la piena vittoria
della categoria in movimento, è senza dubbio il fatto politico-sociale di
maggiore importanza registrato nel nostro paese dopo l’avvento della
repubblica. Molte cose nuove e di grande peso sono accadute nel corso di questo
sciopero. Tra l’altro è per la prima volta accaduto che quasi dappertutto un movimento
di braccianti contasse sulla solidarietà attiva delle categorie intermedie
della campagna, mezzadri e coltivatori diretti. Lasciamo però ad altri
esaminare con spirito obiettivo il valore di questo fatto nuovo, che indica
l’esistenza di profondi spostamenti nella massa dei lavoratori agricoli. A noi
interessa in prima linea il fatto che i braccianti sono riusciti a riportare
una grande vittoria, realizzando alcune rivendicazioni ( come quelle
dell’orario fisso di lavoro, delle indennità familiari e di disoccupazione, e
delle scala mobile ), che hanno un valore di principio perché tendono a
modificare radicalmente la posizione economica di determinati gruppi di
lavoratori di campi. Non vi è dubbio che la realizzazione di queste
rivendicazioni esce dal campo dei rapporti salariali intesi in senso stretto,
ed entra nel campo della riforma agraria nel senso più largo di questa parola
poiché tende alla trasformazione in senso progressivo di alcuni fra i contratti
che regolano le condizioni del lavoro nelle campagne. La stampa che è al
servizio della grande borghesia e di quella di tutti i partiti, eccezion fatta
per il nostro e per il partito socialista, ha trascurato però questo aspetto
della lotta. Essa ha messo l’accento, invece, sulle enormi perdite materiali
che lo sciopero avrebbe provocato, sulla minaccia che esso rappresentava per i
raccolti, e sul fatto che esso sarebbe stato scatenato a scopo di manovra e
speculazione politica. Su quest’ultima accusa non vale la pena si soffermarsi.
Essa rientra in quelle campagne di menzogna, di calunnia, di provocazione, che
non hanno più nemmeno il pregio della novità, e a cui il paese sta ormai
facendo il callo. Interessante è questa volta soltanto il fatto che il partito
della democrazia cristiana si è associato senza riserve a queste campagne, con
un ordine del giorno della sua direzione che, pubblicato il giorno stesso in
cui lo sciopero si iniziava, voleva spezzare la compattezza dei lavoratori a
favore dei capitalisti agrari. Ma di ciò parleremo più avanti. Ammettiamo,
senza discussione, che uno sciopero costa, e che nella misura in cui esso
rappresenta una perdita per tutta la nazione, sarebbe bene, nel momento
presente, che esso venisse evitato. Ma in qual modo? La risposta a questa
domanda richiede un attento esame delle rivendicazioni degli scioperanti, della
loro giustezza e del loro significato. Un esame di questo genere non è stato
fatto da nessuno dei giornali e dei partiti che si schierarono contro lo
sciopero o scagliarono l’anatema contro gli scioperanti. Non è stato fatto né
dai liberali, né dai democristiani, né dai qualunquisti, né dai reazionari
della destra, né dai giornali indipendenti. Esso non è stato fatto nemmeno da
quell’alto funzionario del dipartimento di Stato americano che egli pure si scagliò
contro i nostri scioperanti, accusandoli di tutte le colpe. Ma non era questo
il terreno sul quale si sarebbe dovuto condurre la discussione, se si riteneva
di aver ragione, di poter convincere l’opinione pubblica che lo sciopero era
irragionevole e dannoso? Poiché su questo terreno non si è discesi, è evidente
che esisteva il partito preso, da parte delle classi possidenti e dei partiti
ed esse legati, di condurre attorno allo sciopero dei braccianti una battaglia
politica.
Le rivendicazioni della categoria, benché avessero, come abbiamo indicato, un grande valore di principio, vennero però presentate dalla Confederterra con un tono di moderazione, tale che consentiva la liquidazione della vertenza senza il ricorso allo sciopero. Lo sciopero fu dunque voluto dai padroni e dalla loro organizzazione, o per lo meno da quei gruppi di capitalisti agrari che hanno oggi in mano la direzione delle associazioni padronali. E perché essi hanno provocato e voluto lo sciopero? La risposta a questa domanda non si può dare se non si prende in considerazione tutta la situazione politica del paese, e in particolare gli orientamenti dei gruppi dirigenti capitalistici. La costituzione del quarto governo De Gasperi ha infuso in questi gruppi capitalistici una particolare baldanza. Essi avevano finalmente il loro governo; era giunto il momento della loro riscossa contro i lavoratori. Questo stato lo stato d’animo creatosi tra i ceti possidenti reazionari a partire dal mese di giugno. A questo s’aggiunse la ridicola campagna condotta in coro dai reazionari di destra e dai democristiani per far credere che, cacciati dal governo i partiti della sinistra, il movimento dei lavoratori avesse perduto tutta lasua forzo, i sindacati fossero ormai irrimediabilmente paralizzati dalla opposizione democristiana, e fosse in corso con ritmo progressivo il declino inevitabile di socialisti e comunisti. Reazionari e conservatori hanno fatto l’errore di credere alle loro bugie. La loro delusione deve essere stata amara, quando si son trovati di fronte la massa dei braccianti in lotta con una compattezza non mai vista, alla quale si aggiungeva una intelligente capacità di azione politica nelle campagne. Ma lo stesso avverrà se saranno minacciati i metallurgici, i tessili, o una qualunque delle altre categorie fondamentali dei lavoratori. La perdurante e crescente compattezza e combattività dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche è una delle principali caratteristiche della nostra odierna situazione. A differenza di quanto balbettano saragattiani e trotskisti, in nessuna delle fondamentali categorie lavoratrici del popolo italiano esiste oggi lo stato d’animo di chi si senta o creda di aver subito una sconfitta. La tattica seguita da comunisti e socialisti, e consistente nel dare una battaglia dopo l’altra, su un terreno di possibili vittorie, senza lasciarsi provocare in urti violenti e disperati dalle forze della reazione, è penetrata nell’animo delle masse, che ne comprendono la profonda giustezza. Certo, l’assenza dal governo dei comunisti e dei socialisti ha cambiato qualcosa nelle prospettive della situazione e più cambierà se, come sembra, dovesse prolungarsi. Comunisti e socialisti, offrendo la loro collaborazione al governo con tutte le altre forze democratiche e liberali, avevano offerto e offrono all’Italia una prospettiva di ricostruzione politica ed economica, e in particolare di trasformazioni democratiche e sociali ottenute con un metodo nuovo, che escludeva i più acuti conflitti di classe. Come la repubblica è stata conquistata pacificamente, così pacificamente si prevedeva la conquista di riforme di struttura indispensabili per la nostra ricostruzione. Questa strada è stata ed è tuttora respinta dalle classi possidenti conservatrici e reazionarie, appoggiate e in gran parte rappresentate dalla Democrazia cristiana. Ciò rende inevitabile lo spostamento dell’azione su un altro terreno, su quello delle rivendicazioni e lotte delle masse lavoratrici schierate contro le forze capitalistiche reazionarie. Di qui l’importanza sempre più grande che stanno assumendo e assumeranno le lotte del lavoro, di cui il grande sciopero dei braccianti non è stato che un primo esempio. Questo sciopero, come abbiamo detto, ha fatto compiere ai lavoratori della terra il primo passo verso la realizzazione di una riforma agraria. Nuovi passi dovranno essere compiuti, e non più soltanto nelle regioni settentrionali, ma in tutte le altre regioni, sulla stessa strada, con obiettivi diversi, rispondenti alle particolari situazioni delle diverse regioni agricole. Ma accanto a questi stanno gli obiettivi della riforma industriale, dei consigli di gestione, delle nazionalizzazioni, dei limiti del vecchio potere assoluto dei grandi industriali sulla maggior parte delle ricchezze del paese.
Le lotte dei metallurgici, dei tessili, e così via, pure partendo, com’è naturale, dal terreno salariale, è inevitabile si sviluppino in questa direzione. Le cose stesse spingeranno a questo in modo inesorabile. I lavoratori dell’industria, che ebbero in mano le fabbriche immediatamente dopo la liberazione, e le restituirono alla gestione padronale col tacito impegno della attuazione di profonde riforme economiche e sociali, visto ch’è stata tagliata la strada che sembrava la più ragionevole per giungere a queste riforme, non possono non riprendere la questione al punto a cui allora, dopo la liberazione, si trovava ed esigere con altri mezzi l’adempimento di quelli che sono in pari tempo i postulati loro e di tutte le forze conseguentemente democratiche. Non vi sono, qui, sobillatori da ricercare e denunciare. Se qualcuno ha sobillato e sobilla, è soltanto chi non ha voluto accettare la via della collaborazione che i lavoratori avevano proposta. Molto interessante il fatto che all’inizio della prima delle grandi lotte del lavoro, di quella dei braccianti, la Democrazia cristiana si sia confusa nel blocco delle forze padronali. In seguito, certa ormai la vittoria dei braccianti, la stampa democristiana ha leggermente corretto la sua posizione. Come potrebbe la Democrazia cristiana infatti restare sino all’ultimo schierata con i nemici dei lavoratori e di ogni anche più timido rinnovamento economico e sociale, e mantenere in pari tempo un contatto con le masse operaie e contadine organizzate nei sindacati, e con quelle forze che anche all’infuori dei sindacati premono per quel rinnovamento politico ed economico del paese al quale sono legate tutte le speranze di consolidamento del regime democratico?
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