ESSERE COLTI
sabato, 13 marzo 2010
ESSERE COLTI
Quando vivevo in una modesta cameretta dove le scarse
suppellettili erano sepolte sotto mucchi di libri, un giovane operaio che
abitava li accanto, veniva talvolta la sera a trovarmi e abbracciando con
sguardo quasi smarrito quella congerie di carta stampata, e palpando con le sue
grosse mani la mole di qualche dizionario, mi chiedeva pieno d’ingenua
ammirazione: Ma come fai a ritener tutto ciò a memoria?. E benché cercassi di
convincerlo che molti libri erano di consultazione, e molte cose lette non si
ritenevano, o, ritenute, non servivano a nulla, gli era rimasto una specie di
reverente stupore a mio riguardo, che gli si leggeva in faccia ogni qual volta
che, dalla soglia della stanza, mi rivedeva sepolto tra quella congestione di
volumi. Né si creda che la sopravvalutazione dello studio e delle letture sia
solo degli operai. Anche nelle classi medie e nell’alta borghesia c’è sempre,
in margine all’attività quotidiana, una certa considerazione per le cosiddette
arti liberali, onde la corsa agli impieghi di stato, al funzionarismo, alla
laurea. Tutto ciò dipende in gran parte dall’errato concetto che si ha della
cultura. Questa parola suscita in chi la pronunzia e in chi l’ascolta,
l’immagine del libro e del tavolino. E’ invece possibilissimo che un uomo abbia
molti libri, abbia consumato, come si diceva, molto olio di lucerna, abbia
lucidato fondi di pantaloni per molti anni sui banchi della scuola e sia giunto
senza gravi inconvenienti, e magari con qualche successo, sino alla laurea, e
non abbia cultura. Provatevi a discutere con taluno di costoro non su qualche
argomento specifico e ristretto al campo della sua professione, e vi
accorgerete che quasi sempre, qualche citazione e qualche frase a parte, egli
nelle questioni d’interesse generale si trova quanto ad idee non più ricco di
qualsiasi operaio. Ed è curioso il veder rifiorire sulle labbra della gente per
bene ( una scorsa ai giornali ne darebbe una prova palmare ), gli stessi
pregiudizi, le stesse volgarità, i luoghi comuni che si ritrovano nella parte
meno evoluta del popolo. E’ questo un fatto che può essere alla portata di
tutti: ognuno di noi, ad esempio, discutendo di socialismo con un contadino e
con un avvocato, s’è sentito sovente fare le stesse obbiezioni, e, si badi, ciò
che unisce il contadino e l’avvocato non è mai l’obbiezione più seria, ma per
solito la più stupida, la più meschina. Cultura non è possedere un magazzino
ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha da comprendere
la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha
cultura chi acquista coscienza di sé e chi sente la relazione immanente con
tutti gli altri esseri, ciò che da essi lo diversifica e ciò che ad essi lo
unisce. Cultura è una stessa cosa che filosofia. Ciascuno di noi è un poco
filosofo: lo è tanto più, quanto più è uomo. Cultura, filosofia, umanità sono
termini che si riducono l’uno all’altro. Nel linguaggio comune si suol dire che
un tale è un uomo, quando ha un carattere, quando cerca di rendersi conto di
quel che fa, riflette sui motivi delle proprie azioni, osserva attorno a sé,
confronta, medita e sceglie il proprio cammino, e lo continua finché non
sorgono ragioni serie per mutarlo. Cosicché essere colto, essere filosofo lo
può chiunque lo voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercar di spiegare a sé
stessi il perché delle azioni proprie e delle altrui; tener gli occhi aperti su
tutto e su tutti, sforzarsi di capire ogni giorno più l’organismo di cui siam
parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di
passione, di volontà. Non esiste una cultura astratta, generale, una specie di
patrimonio indiviso e complesso, in cui ognuno deve cercar di farsi la parte
maggiore, una specie di torta di cui toccano i grossi quarti ai pochi, le
briciole ai più. Come ognuno non giunse alla filosofia che attraverso la
propria filosofia, da sé e per sé creata, così si può parlare di cultura di un
dato periodo, di una data classe, solo pensando alla somma, sempre mutevole e
sempre rifatta, della cultura dei vari individui. Esiste in ogni epoca, in ogni
stato sociale un complesso di mezzi culturali, un materiale culturale, ma
questo è suppergiù a disposizione di tutti, o lo può diventare, e non è il lato
caratteristico della cultura. Ciò che costituisce l’essenza ed il valore della
cultura è il modo con cui quei mezzi vengono adoperati, e dove in quel dato
tempo questi o quegli individui con quei mezzi giungono. Come l’apparato
tecnico non fa la civiltà, come il selvaggio può manovrare la leva di un organo
o premere il bottone d’un quadro elettrico senza che la sua mente sia diversa,
vivendo tra le macchine, di quando viveva nella sua tribù, così si può vivere a
contatto dei più perfezionati mezzi di cultura, e magari possederli, senza che la
propria vita interiore sia arricchita o sensibilmente modificata. Il mondo
attuale borghese coi suoi istituti, con la sua specializzazione, con la sua
produzione libraria è ormai giunto a tale stato di organizzazione che sarebbe
assurdo pensare che si potesse rifare tale e quale pel mondo operaio e
socialista, con le nostre forze attuali. Sarebbe assurdo, dato che noi siamo
troppo impegnati nella lotta ed è troppo urgente vincere, impiegare in uno
scopo di questo genere le energie necessarie, dato che le possedessimo. La
superiorità del ceto borghese a questo riguardo è ancora per non breve periodo
garantita, fino a che gli operai più intelligenti potranno dar l’assalto alla
scuola e portarvi via, col vigore di barbari giunti in un mondo prima negato, i
non difficili segreti della cultura generale e professionale. Ma è però
possibile acquistare su un altro terreno, all’infuori della scuola attuale, la
superiorità che ci è necessaria per eliminare non solo di nome, ma anche di
fatto, il monopolio borghese.
antonio gramsciQuesta superiorità ci è data dall’essenza
stessa della cultura che, ripetiamo, non è una astrazione, ma è coscienza
concreta della realtà in cui viviamo e insieme delle leggi, e cioè degli ideali
che la muovono. Appunto perché la cultura è filosofia, è organismo, è coscienza
dei rapporti universali, il mondo operaio e socialista è più colto di quello
borghese, in cui domina il caos, in cui mancano i principi creatori e
organizzatori delle energie, in cui gli individui sono come nuotanti in un’atmosfera
plumbea, gelatinosa di egoismo e di opportunismo. Il mezzo di cultura che
l’operaio possiede, in quanto lo possiede, e che gli dà la superiorità su tutti
i mezzi posseduti dalla borghesia è la coscienza di classe. Dov’è infatti il
metodo pedagogico, il libro, il laboratorio che possa dare al borghese, oggi,
quell’immediata, continuativa coscienza di ciò ch’egli rappresenta nella storia
del mondo, e di ciò ch’egli in questa storia costruisce, un mezzo ricco quanto
l’esperienza della vita d’officina e dell’organizzazione di mestiere per
l’operaio? L’operaio si sente in ogni momento della sua vita solidale con
quelli della sua categoria, e con tutti quelli della nazione e infine del mondo
intero. Ciò non per una figura retorica, ma perché realmente questa solidarietà
di interessi e di fede è una necessità, e man mano che l’operaio ne prende
coscienza diventa sempre più uomo in quanto partecipa della vita in sfere
sempre più larghe di umanità, inserisce la sua individualità in un tutto che le
dà valore e dà a lui l’orgoglio d’esser qualcosa e la confidenza d’esserlo
insieme a una moltitudine di compagni. Quando la coscienza di classe non è
frase da comizio, non è solo nel pagamento della tessera e delle quote, ma
diventa vera coscienza, cioè dei rapporti per cui la vita di ognuno
s’inserisce, per l’organismo vivente della classe, nella storia del mondo, in
cui opera e che va trasformando, essa è veramente la più grande opera di
cultura che la storia ricordi. La classe è la più alta scuola in cui milioni di
uomini abbiano contemporaneamente acquistato una coscienza e creato su questa
coscienza i lineamenti di un nuovo ordine sociale.
-Antonio Gramsci-
UN OPERAIO CHE LEGGE SI DOMANDA
non sui muri!
Chi ha costruito Tebe,
la città delle sette porte?
Nei libri s’incontrano i nomi dei re,
ma sono i re che hanno portato le pietre?
E babilonia così spesso distrutta, chi l’ha costruita
tante volte? In quale case di Lima,
la città dorata,
vivevano dunque i suoi costruttori?
E la sera in cui fu terminata,
dove se ne andarono a dormire
i muratori della Muraglia cinese?
Ecco Roma: è piena di archi trionfali.
Ma chi li edificò?
Su chi trionfarono i cesari?
E Bisanzio, la tanto decantata
Bisanzio, aveva forse palagi
per tutti i suoi abitanti?
Nella stessa favolosa Atlantide,
la notte in cui fu sommersa,
gli annegati chiamavano con grida
i loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò le Indie.
Era solo?
Cesare vinse i Galli.
Ma non aveva con sé un cuciniere?
Filippo di Spagna pianse
quando la sua flotta calò a picco.
Ma non ci fu nessun’ altro che pianse con lui?
Federico II vinse la guerra
dei Sette Anni,
ma quali altri la vinsero?
Ad ogni pagina una vittoria.
Ma chi preparò il festino?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Ma chi ne pagò le spese?
Tante vicende,
tanti problemi.
-Bertolt Brecht-
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