HAN

giovedì, 14 gennaio 2010

HAN

Sono contenta che domattina mi aspettino tutti quei piatti da lavare nella cucina in disordine: è una specie di penitenza. Credo di poter capire i monaci, che nelle loro ruvide vesti s’inginocchiano su freddi pavimenti di pietra. Bisogna che rifletta seriamente su queste cose. Stasera sono proprio un po’ triste. Ma sono stata io a volere quegli abbracci. Lui, quel tesoro, si era appena proposto di vivere in castità per parecchie settimane, pensando alla Gestapo dove dovrà presentarsi tra non molto: quasi per poter irradiare nient’altro che bontà e purezza, per attirare su di sé i buoni spiriti del cosmo. Perchè poi uno non dovrebbe crederci? Ed ecco che una sfrenata ragazza chirghisa viene a confondergli quei sogni. Gli ho chiesto se stasera, ripensandoci dal suo letto, ne avrebbe provato dispiacere. No, ha risposto, io non rimpiango mai nulla,era bello, e mi sono reso conto che esiste ancora un luogo terrestre dentro di me. Invece per me un improvviso ravvicinamento fisico nasce sempre da una vicinanza spirituale, ed è buono proprio per questo. E che cosa ne cavo, poi? Soltanto tristezza e la coscienza che con gli abbracci non riesco a esprimere quel che provo per un altro; e la sensazione che un uomo mi sfugge proprio quando è fra le mie braccia. Io provo più piacere e desiderio nel guardare la sua bocca che nel sentirla sulla mia. In rarissimi momenti questo mi procura persino una sorta di felicità, per dirla con un parolone. E stanotte mi addormenterò accanto a Han, per pura tristezza. Com’è tutto caotico. Ora lo so: S. prega dopo essersi tolto i denti. Del resto è logico: si deve prima aver chiuso i conti con tutte le faccende terrene. Pare che io sia in un periodo di grande fioritura, irradio luce in tutte le direzioni, di S., e lui ne gode insieme con me. Un anno fa ero proprio una moribonda, con le mie sieste di due ore e il mio mezzo chilo di aspirine al mese, era una situazione da far paura. Ormai è letteratura antica, mi sembrano così lontani i problemi che avevo allora. Ho dovuto percorrere un cammino faticoso per ritrovare quel gesto intimo verso Dio, la sera alla finestra, per poter dire: ti ringrazio, Signore. Nel mio mondo interiore regnano tranquillità e pace. E’ stato proprio un cammino faticoso. Ora sembra tutto così semplice e così ovvio. Questa frase mi ha perseguitata per settimane: Bisogna osar dire che si crede. Osar pronunciare il nome di Dio. In questo momento, un po’ fiacca e stanca e triste e non del tutto contenta di me stessa, non sento così, ma so che questo sentimento esiste. Stasera non dirò certo niente a Dio, anche se sento il desiderio di quelle pietre fredde, di riflettere, di prendere le cose sul serio. Le cose del corpo. Il mio temperamento va ancora troppo per la sua strada, non è in armonia con l’anima. Credo però di possedere questo desiderio di armonia, anche se dubito sempre più che lo stesso uomo possa andarmi bene, corpo e anima. Certo però che la mia tristezza è diversa da quella di un tempo.
Non cado più così in basso, e nella mia tristezza è già insita una possibilità di ripresa. Una volta, quando ero triste, pensavo che avrei continuato a esserlo per tutta la vita: ora so che anche quei momenti fanno parte del mio ritmo vitale, e che è un bene che sia così. Ho di nuovo fiducia, una grandissima fiducia, anche in me stessa. Credo nella serietà del mio impegno, e so che col tempo riuscirò a amministrare bene la mia vita. Certe volte, quando sono sola, penso a lui con un amore tanto profondo e riconoscente: Mi sei così vicino, che vorrei dividere le tue notti con te. Questi sono per me i momenti forti della mia relazione con lui. Può darsi benissimo che una notte simile si rivelerebbe un disastro. C’è qualcosa che non va? E ora buona notte, perchè mi accorgo che sto dicendo delle grandi sciocchezze dal sonno che ho. Ah, quei piatti da lavare domattina!
Però il suo corpo non lo voglio proprio, anche se certe volte sono pazzamente innamorata di lui: dipende dal fatto che gli voglio bene in modo così profondo, quasi cosmico un modo che col corpo non si riesce neppure a esprimere? Tide e io siamo le due persone più vicine a S., e siamo due opposti. Dobbiamo volerci molto bene anche noi. Oggi pomeriggio, quando lei ci ha accompagnati alla porta e ha dato un bacio a tutti e due, c’era per un momento una meraviglioso intimità fra noi tre. E ora andrai finalmente a letto?
-ETTY HILLESUM- (diario 1941-1943, gli adelphi 1996)
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LETTERA DAL CARCERE  -1938-
Mia sola al mondo
mi dici nell’ultima lettera:
La mia testa mi scoppia, il mio cuore si ferma,
se t’impiccano
se ti perdo
morirò.
Vivrai, moglie mia,
il mio ricordo come un fumo nero
si disperderà nel vento.
Vivrai, sorella dai rossi capelli del mio cuore,
i morti non occupano più di un anno
la gente del ventesimo secolo.
La morte
un morto che dondola appeso a una corda,
è a quella morte
che il mio cuore non può rassegnarsi.
Ma
rassicurati, amore mio,
se la mano nera e pelosa di un povero zingaro
(In Turchia non c’era il boia di professione e per le impiccagioni pagavano un vagabondo o uno zingaro di passaggio)
finirà col mettermi la corda attorno al collo
guarderanno invano
negli occhi azzurri di Nazim
per scorgervi la paura.
Nel crepuscolo del mio ultimo mattino
vedrò i miei amici e te
e porterò sottoterra soltanto
il rammarico di un canto interrotto.
Donna mia
ape mia dal cuore d’oro
ape mia dagli occhi più dolci del miele
perchè mai t’ho scritto della mia condanna a morte.
C’è un altro processo
non si strappa così la testa di un uomo
come se fosse un ravanello.
Su, non te la prendere,
sono possibilità remote.
Se hai del denaro
comprami delle mutande di lana
ho ancora la sciatica alla gamba.
E la moglie di un prigioniero, ricordati,
non deve avere in testa immagini nere.
- NAZIM HIKMET –




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